Archivio per gennaio 2011

¡Non c’hanno il papa e il premier!



E in questa cazzo di fiche e culi che pare esser diventato questo tutto intorno, che tutte le troie del presidente e si parla solo di quello poi ti meravigli delle aggressioni di questi italiani frustrati di fronte all’inestimabile potere di questo fantoccino basso e figurati poi i cosiddetti extracomunitari che vai a sapere da quando non ne vedono una dal vivo palpitante e pronta e umida allora a maggior ragione gli albanesi col cranio allungato e la faccia ancestrale, praticamente non evoluta per niente.
Allora fa troppo freddo poi caldo e cadono gli uccelli e qualcuno deve pure sfogarsi se la morte gli o le cade addosso come una spranga, come se niente o tutto fosse.

Se tubi e ferite e batteri e starnutire e spifferi e aria chiusa di ospedale e turni di notte. Devo essermi persa un pezzo, non ricordo se la vita sia una sequenza e la morte una successione, non ricordo se entrambe sono fasi non ricordo. Nemmeno quella cosa della giornata da gazzella o da leone, non riesco a ricordare.

Un singolo giorno, amica mia, vorrei lo passassi ancora incosciente o coscientissima come sei, vorrei lo passassi ancora amando questo tugurio che va dall-alba al tramonto (la chiamano giornata) vissuto insieme a froci che rischiano coltellate, telefonate del premier “a senso unico”, commesse belle, avvocati inghiottiti, medici che fanno gli umili ma n fondo non lo sono, anzi son tutti presi a imitare quello zoppo burbero col bastone o la fighetta della fiction americana, tu pensa se che standard, tu pensa che fatica a star dietro a una professione che somiglia a una tomba di luoghi comuni, a meno che non sia una vocazione. Ai medici questi non credere, amica mia, non adesso.

Pensa sempre che esiste quella fede abnorme che non impiegheremo in questa vita se non verso i dischi e la musica. Non la impiegheremo ora, che ci fottono con cose da poco e tette e botox e parolette che svuotano la Parola.

Un giorno che adesso non riesci a immaginare, non puoi, quel giorno io ti , io con il vassoio ti presento una bruschetta con dell’olio buono e l’aglio se vuoi mettercelo, io te lo consiglio dato che i vampiri di energia sono sempre in agguato. “Questa, l’amicizia”, pensai un giorno vedendoti ridere per una battuta fatta in due, ma non te lo dissi mai.

Vedemmo, ricordi, quelle spagnole, saranno state nostre coetanee, le vedemmo ai fori imperiali o uscite da un pub fiorentino, non ricordo, le vedemmo e pensai: “Non le trovi fresche, con il viso limpido e la parlantina veloce, senza la schiena schiacciata dalla chiesa ¡Non c’hanno il papa!, Non le trovi vere queste mie affermazioni, pensai, ma non ebbi il coraggio di chiedertelo.”

Arriva presto quel giorno in cui, presentandomi alla tua porta, dico: “Andiamo via, questa metropoli non ti fa bene. Andiamo via.”

E non saremo turiste sulla Rambla, con te no. Nemmeno italianissime davanti a Notre Dame.
Noi ci andremo a vivere e forse viene meglio, forse no, ma intanto, sorriderai diversamente, con luce nuova addosso.


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Contagio


Un giorno a Berlino

Un giorno a Berlino



Aveva questa strana pazienza, gli si stendeva sulla fronte come un cielo terso.
Nel mondo ci sono modi diversi, diceva, di stare al mondo. E non regge un “quando s’è trattato di scegliere il mio, ho sbagliato.” No, non regge. Perché lo puoi scegliere continuamente, questo modo, e lui continuamente sceglie te, se imbrocchi quello giusto.
Teneva gli occhiali da sole anche quando stava in cucina e pensando fissava la grossa macchia di sugo impressa sulla parete come una voglia sulla guancia di qualcuno.
Sembrava cercasse sempre gli occhi di lei.
Quella lei che, aveva detto, correva scalza e lo fissava per ore, gli guardava dentro l’amore e riusciva a tirarlo fuori.
Quella lei che, così diceva, faceva piccole le cose grandi e viceversa.
Al collo portava un ciondolo blu a spirale e non aveva preso mai farmaci, nemmeno da piccola (pare che la madre la lasciasse sfebbrare e la curasse solo con l’argilla).

Una volta l’ho trovato che rideva da solo sul divano lungo del salotto.
Devo averlo guardato con faccia interrogativa, perché, a un certo punto, alzandosi in piedi sulle sue gambe nervose:

“E’ che è questa la grandezza, sta qui. La bellezza.

Se ti capiterà di amare qualcuno che la bellezza se la porta dentro, ecco, sappi che ne resterà un po’ anche dentro di te.”

Rimasi poggiata a lungo contro lo stipite della porta a pensare a quelle parole.
C’era da rivedere daccapo tutta l’idea che mi ero fatta sulla parola: contagio.


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Come in un chiostro di statue pensandoti



L’essere che si svuota è
al contempo essere pieno
vorrei dirti è
vuoto che s’impiena.


Oggi un uomo casuale
poniamo, un distinto umano,
per strada parlandomi
di un paese,
poniamo,
l’Egitto,
ecco lui andava
insultando
donne col lardo sotto al velo,
vedi, mi disse cosa
alle Cleopatra ha fatto l’Islam?

Annuisco poco capendo
e ti penso
in quei luoghi caldi,
tu, con la pelle di diamante.

Sisma di quello che ero
e più non sono a te grazie.

Parole altrui
m’inferociano
sono impatti sonori
e basta.
E lui, che ha amici banali, lui per cui,
tutti i lui per cui, io,
calma andrei bene,
inadeguata e stanca.
Distratta, domestica e tanta,
ecco così andrebbe bene.

Tutti i lui per cui
impalata starei meglio
contro tavole da stiro
e merletti di bambola.

Mai che sudati tanto
i corpi selvaggi
arrischiandosi al sentirsi vivi,
fosse mai,
per carità.

Scendevi verticale
regalandomi pupille,
pallette liquide di mercurio.
Piegata la schiena,
andavo all’indietro
e mentre entravi,
le scienze tutte perderle
in quattrequattrotto
diventare terreno fertile,
in grembo crescevano
abissi stravolti
da un rossissimo afflato.

Vedevo volti vedevo volti
ma non di umani,
come di cani
ma leggiadrissimi,
non di selezionata razza,
diventare li vedevo cavalli,
leggeri e lunghi,
tirati e mai stanchi.
Un orgasmo al trotto.

Poi riemergevi e il volto
cercarlo pregandoti un bacio.


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Coprire, coprirsi


knoweverythingbutanswers Peanuts

knoweverythingbutanswers Peanuts


Quando ti vedo prendere e andare, come se le distanze fossero nulle e la preservazione dello spirito contenesse al massimo qualche seme di ingordigia futura, io capisco che il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale e mi metto a ridere per tutta la strada che ho dovuto fare per tornare a sapere quel che già sapevo e che mi era stato svelato dopo la vendemmia. Ci sono cose semplici che hanno davvero il sapore della pasta cucinata non con i sughi preparati ma con i pomodorini ciliegini tagliati in quattro parti, due grosse bache d’aglio messe sulla padella. E tuna persona che ride e mi sa dire quando passerà il prossimo autobus e io che ribadisco il mio odio per il dover prendere dei mezzi che non sai quando passanoe  aspettare al freddo e intanto. Resto a pensare nel vuoto di questo firggersi di cose che avrebbe potuto trovarsi un altro modo. Un modo semplice. Semplicemente sono qui, non è che mi hai lasciato qui. Resto a pensare, in questo accanito susseguirsi di giorni che pure è lento e fa come un’ustione, fa formare la bolla che poi si riempie di siero. Resto a pensare che avresti potuto cogliere, avremmo potuto coglie. Invece, è già tempo di coprire, seminare, coprire. Corpirsi. Andare. Difendersi.

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