Le diceva resta con me finché il tramonto non diventa alba, ma non una trasformazione di un giorno. Proprio fino a quando le due cose non si invertiranno e cammineremo volando per aria, appesi al pulviscolo, e la risata di un bambino svolgerà la funzione di una pala eolica. Resta con me, le diceva, perché devi amarmi di un rimbombare feroce tra occhi e cuore. La temperatura del corpo, ci penserò io, diceva lui. E ci saranno ombre ma disegneremo con i gessetti uno sfondo bianco che le farà sembrare orme transeunte. Le diceva: sali su quel treno e non guardare indietro, e quando il finestrino si chiude, io andrò via, perché non riuscirò a stare lì e vederti di una visione bianca e blu, non riuscirò a stare così, senza dire nulla, come i pesci, boccheggiando qualche umano ti amo. Le diceva resta, perché abbiamo il ritmo dei treni nel colon, io e te. E ci ameremo, diceva, come un’arrampicatore il suo prossimo obiettivo, l’ennesima cima.
Il flusso degli amanti regola il mondo e copre ogni cosa. Ogni cosa resta insulsa al flusso degli amanti. Quando arriva il momento e la scintilla, i cuori aperti si ascoltano e parlano, cosa c’è di più grande, diceva lui. Lei, un giorno, comprando una crema per le mani- l’inverno gliele stava distruggendo- sentì due curoi battere nel suo. E si disse che l’avventura era appena cominciata. Spaventata, uscì dal negozio e si chiese se questo battito perpetuo e doppio sarebbe durato anche sotto terra. Se lo augurò, forse.
Quando si lasciarono, perché sotto la terra durano più che altri i vermi, dicevo, quando si lasciarono, lui le augurò incontri e lei vide di nuovo, immensa questa sfolgorata grandezza che hanno certe persone, la vide dipanarsi davanti a lei, così, come un’alba. Che somigliava anche a un tramonto.




