Archivio per novembre 2010

Una cartolina da Onomatopoeia



Cappello da Dook nel suo farsi

Cappello da Dook nel suo farsi



Succede che le forme naturali certe volte ci rendono unici nella misura in cui si vuole stare al mondo in termini di sopravvivenza.
Succede che scagliarsi contro un dio unico dà meno soddisfazioni, che è meglio avere a disposizione un olimpo di concetti che noi stessi abbiamo creato.
Succede che i giorni passano come barrette di sesamo e le notti come centrifugati di pensieri. 


Era da tanto che non si vedeva sulla scena dell’arte contemporanea un uomo che ha un mondo dentro. Avrebbe dovuto essere la prerogativa fondamentale, quella di avere un mondo dentro, la conditio sine qua non dell’essenza da artista. Invece ci ritroviamo tra singoli pezzi squadrati e spennellati, sculture svincolate da un sentire progettuale, pezzi d’arte che rifuggono da un disgeno maggiore.

Charles Avery ha un immaginario collettivo e la collettività di cui parliamo è l’agglomerato efficiente delle sue sinapsi che orchestrano insieme. 

Buttato fuori dalla San Martin’s School, padre di tre figlie, scozzese, lavora a questa alestra per la mente da dieci anni.
E’ un artista che gioca a fare il demiurgo. Con ironia, ci riesce. 


La sua ambizione è nell’immaginifico, il suo progetto è proiettato in un territorio chiamato Onomatopoeia, un’isola cui approdiamo direttamente dopo essere entrati in quello spazio compatto che riposa internamente alla superficie elegante dell’EX-3, a Firenze, centro espositivo il cui nome nasce dalla contrazione della parola ‘exhibition’ e dalla sua ubicazione nel Quartiere 3. In questa sorta di Kunsthalle neroverdastra luminescente, piombata come dal cielo ai bordi dell’Arno, che si incastra a Tetris tra gli edifici, è qui che si salpa per Onomatopoeia.


Un olimpo di cappelli sgargianti in cerchio nella sala principale, dopo aver scrutato bene la mappa, essersi fatti un’idea sull’Oceano Analitico, quanto dista il fenomeno dal noumeno e che percorso si deve fare per arrivare laddove c’è ciò di cui non si può parlare e dunque si deve tacere. Ci sono gli Empiristi e la loro chiesa santissima e i Razionalisti. In mezzo, un pullulare di orizzonti di senso.

L’Eterna Dialettica viene snocciolata di bar in bar, bicchierino dopo bicchierino, con i cucchiaini che cozzano tra loro, qualcuno che fuma, in mezzo a coloro che al mercato offrono vignette di donne nude, tra le scimmie, i cani col becco a ciabatta larga e lunga. Gli illustri rappresentanti delle correnti di pensiero indossano questi cappelli sgargianti (lì si comprende che quelli messi a modello sono una sorta di legenda di tutta la mostra), si chiamano Dook e vengono trattati con rispetto. C’è sempre nel mezzo qualche lestofante pronto a vendervi la verità, qualcuno che, su compenso, vuol portarvi verso risposte e senso: “Vi porteranno alla porta di uno squallido edificio e inventeranno una scusa secondo la quale è impossibile per loro entrare, augurandovi buona fortuna. Entrando non troverete la Dialettica, ma un gruppo di ubriaconi che dscutono – benché, in certe occasioni, le due cose non siano poi così distinte.” 


C’è e si conserva il caos tutto umano in questi disegni morbidi, anatomici ed affusolati, francesi, diresti. Si sente il vociare e l’odore di serpentelli che sguizzano, lo sgranocchiare di uova, uova cosmiche? serpenti simbolici? Tutto è simbolo in questa mostra, perché tutto è unito insieme, nella bella logica illogica di un artista che ti prende per manoe  ti dice vieni, se può essere così, può anche essere diversamente, vieni, se hai voglia di una dimensione pensata così. Poi modellini, plastici, parti di lavoro, momenti di successiva cura, perché le cose per esser create richiedono cura. 


E se davvero i pensieri simultanei non sono solo coincidenze che sfamano la filosofia della scienza, magari può accadere che pezzi di questo mondo creato da Avery voi li abbiate già partoriti con la mente, in sogno o nel quotidiano svolgersi delle azioni. Può accadere che riconosciate qualcosa, mentre conoscete il nuovo.
Se è vero che gli artisti bevono da una fonte la cui acqua bagna le tempie di tutti. 


Buone reminescenze, allora. 
 


EX3 – Centro Per L’arte Contemporanea 

Viale Donato Giannotti 81/83/85 
50126 Firenze 
Tel: 055 0114971
 


Charles Avery – Onomatopoeia part I

Dal giovedì 18 novembre 2010
al 
domenica 09 gennaio 2011

Ufficio stampa Davis & Franceschini 
Gli artisti correlati Charles Avery  
Curatori Arabella Natalini 




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Non chiedermi di Norma



NonchiedermidiNorma

NonchiedermidiNorma



<<Per che cosa si batte questa nuova rivista interscandinava. Primo: vuole essere una rivista interscandinava. Secondo: vuole analizzare “le diverse teoriche e le tecniche del teatro contemporaneo.” Terzo: vuol mettere l’accento sulle possibilità espressive dell’attore e seguire con occhio attento il rapporto ininterrotto attore-spettatore. Vuole raccogliersi intorno a quelle “cellule primordiali” dalle quali il teatro dei nostri giorni sta nascendo. E vuol conservare un continuo contatto col nostro terrificante e terrificato tempo.>> 

Pavel Fraenkl, professore di storia del teatro dell’università di Oslo, sull’”Arbeiderbladet” (25 novembre 1965) a proposito della rivista teatrale interscandinava “Teatrets Teori og Teknikk”, nata nel settembre dello stesso anno.


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La sedia bianca dentro la stanza arredata di solo legno o quasi viene fatta roteare su una sola gamba. Bevo della cioccolata calda, la punta della lingua lamenta ustione e sento caldo pure dentro, mi pare proprio alla base del fegato. Penso forte a qualcosa che mi calmi. Lui ha l’agilità di un ventenne e sorride smaliziato come un attore. La faccia da matto. Mi fa apparire davanti una penna, un cartoncino con sotto una ventina di foglietti. Una pesca di marzapane. “Perdo colpi. Ma d’altra parte avevo chiesto al sensibile una pesca.” e scoppia a ridere. Ma ride di gusto, ride come ho sentito solo uno scalatore in un rifugio una volta ridere, ride come mio padre quando leggeva i Peanuts.


Si siede a cavalcioni, poi, accende la sigaretta con una mossa di uno zippo che deve aver fatto qualche guerra, ha i modi da gangster invecchiato come certi whiskey, io che subisco il fascino delle rughe, mi punta gli occhi dritti davanti: “Avanti, chiedimi.” Gesticola in aria e poi giocherella con i fogli che ha fatto apparire, passandoci sopra l’indice affusolato. “Chiedimi, chiedimi, ché sono avvezzo.” Metto giù la tazza di cioccolata, prendo fiato, quest’uomo non ha idea di quanto abbia atteso per incontrarlo, di quanto abbia pregato il concretizzarsi dell’avvenimento. Non sono come lui. Sono come il resto degli umani che si devono appellare all’iper-sensibile, l’oltre-presente, l’ennesimo dio, il prossimo demiurgo.


“Avanti mi chieda” ancora, scavallando e accavallando le gambe a ogni regolare sbattersi delle palpebre. Su questo ritmo fecondo, terreno fertile della mia ansia, ci gioca benissimo. Al concerto di costipazione partecipano l’orologio a pendolo appeso alla parete in fondo alla stanza, la tiritera morbida di una vecchia radio tedesca, la sigaretta che aspira nervoso, le facce nei quadri enormi, le macchie di caffé sul soffitto, inspiegabili, il vetro appannato dal calore e dal freddo, gli insetti fuori insieme respirano. Il concerto di ritmi si interrompe d’un tratto, con la brutalità che hanno le cicale di finirla senza troppe moine e lasciarti così, in balia della zittissima afa estiva. Tutto nel suo corpo improvvisamente inizia a indicare chiusura.


Accavalla le gambe come fosse l’ultima mossa della vita. Tira forte dalla sigaretta, il cerchietto rosso arde tanto. Fissa un punto fuori, verso quello che, quando sono entrata, aveva tutta l’aria di essere un plumbaco, ma potrei sbagliare.

 “Però non chiedermi di Norma. Avrai mica intenzione di chiedermi di Norma come tutti gli altri? Voialtri state sempre lì a chiedere di Norma, aspettate come gli avvoltoi con le carcasse, voialtri. Beh allora lo dico a te per tutti” si sporge verso me con fare combattivo “Allora lo dico a te così lo vai a dire a tutti. Lo dico a te che Norma la dovevano lasciare stare.”
A
ncora, fissa il plumbaco, poi me: “Perché- riferiscilo a quegli altri- perché…perché…perché…si possono fare apparire le cose che non sono schiacciate dall’apparenza, si possono fare apparire solo quelle, hai capito? Hai capito cosa devi dir loro? Hai capito? Deve essere chiara questa cosa.”


Si alza dalla sedia e prende a camminare veloce: 
 

“Deve essere chiara questa cosa.
Deve essere adamantina, indiscutibile, nettamente evidente, passata al setaccio del dubbio, chiaramente conciliante con il vero.
Deve essere messa in chiaro.
Una volta, e per tutte.” 


Continua 




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Un grande repulisti


In modo molto sincero, bevendo dal mio vino, hai detto: “Il premier fotte e ci fotte.” E io sono stata a sentire. E quando qualcuno ha ricordato le orge romane, tu eri lì come sul triclinio, i tre divani assemblati. In modo molto spontaneo abbiamo raccolto le ceneri di questo paese e ci siamo guardati negli occhi ribadendo che l’importante sta in quello che fa il singolo. 

Mi hai chiamato di notte chiedendo poi, come una pulce insidiosa, un germe insidiato: 
“Ma tu, a Berlusconi, gliela daresti?”

Charlotte Roche è una scrittrice tedesca.
Ha offerto il proprio corpo al presidente Christian Wulff in cambio del veto sulla legge che prolungherebbe il funzionamento delle 17 centrali nucleari del paese. 

 

 

 


Quanto al nostro paese, sotto certi terreni ci sono cartucce di stampanti, lo credo non solo perché me lo ha detto Saviano, lo credo perché l’ho visto, equazione quasi biblica, apostolica, amen. Non basterebbe il mio corpo per salvare questa penisola cara a Goethe che ne vedeva solo i limoni o quasi?
Sono troppo vecchia per gli standard del Cavaliere e di certo troppo bassa, 1.65 non possono niente contro certi parametri da cubo.
Però non si fa che parlare di sesso qui, e intanto esce pure il libro di Melissa P. (Non è che volessi solo far la rima eh, un nesso c’è).


Se ne parla in un modo lontano dal sacro, del sesso.
Ma non è niente di ohmiodio, ce ne eravamo accorti tutte e tutti di questo dato di fatto. 
Accendi il televisore ed è così. Io non ho il televisore, ma.


Però, almeno, ci salva la letteratura, come è sempre stato, perdio, no? 
Manco a dirlo.  

L’Aspesi, su Repubblica, Cultura, Sabato 30 otttobre 2010, pezzo intitolato “Niente sesso. Siamo scrittori”

“Autori troppo giovani per sapere di cosa si parla, o troppo vecchi per ricordare “come si fa”.
Oppure è colpa della pornografia, che domina la nostra era e uccide l’immaginazione. [...] Allora, si può scrivere oggi un romanzo avvincente, magari d’amore, addirittura un best seller, non soffermandosi su penetrazioni, eiaculazioni, orgasmi, vagine, peni (nominati in modo più crudo), lingue, scroti, labbra su e labbra giù e anche il più riposto degli angolini genitali, masturbazioni, posizioni, fellatio, ect.? Oppure è possibile far dilagare penetrazioni, eiaculazioni, orgasmi, vagine, peni (nominati in modo più crudo), lingue, scroti, labbra su e labbra giù e anche il più riposto degli angolini genitali, masturbazioni, posizioni, fellatio, ect. in un romanzo non classificato come pornografico, senza avvilire il suo valore letterario? Risposta alla prima domanda: certamente. Risposta alla seconda: non sempre o addirittura quasi mai.” 

Riprendeva la parole di Martin Amis, la Aspesi, il sessantenne burbero scrittore inglese che a un festival letterario ha dichiarato: “Forse è possibile scrivere bene di pornografia, ma di eros è molto difficile.” 

Aiuto, lo scrittore manco mi sa raccontare il sesso. 

D.H. Lawrence pubblica “L’amante di Lady Chatterley” nel 1928 a Firenze.
Dichiarato osceno, viene messo al bando, per esser poi liberato solo nel 1960. 
Henry Miller, vi piace?
Marguerite Duras?
Anais Nin? 
Emmanuelle? 

Andiamo più indietro? 
Ci tocca riprendere Petronio?
Ci diamo sotto di Boccaccio?
A Elefantide? 
Oppure oh De Sade oh, dove sei.
Lo-lo-lo-Lolita.
Sexy, divertente Fanny Hill?



Diamine, che dobbiamo fare? 

Recuperare una sessualità laddove il retro del libro non esplicita il genere. 
Trovare sexy le donne glaciali e acciaiose della Ayn Rand, vedere il brivido quando Diabolik la afferra (la Eva) e il ciuffo si scompiglia, nei russi? Dostoevskij mmm da brivido alla schiena, e Nastenka fredda, non comprende.  Nel vestito blu di Miriam. Nel vestito blu di Miriam. 



Poi, cosa altro possiamo fare?  

Un grande repulisti, prima di Natale. 

Repulisti, Latinismo usato dal popolo per Spogliare, Torre via, Consumare interamente e quasi lasciar pulita ogni cosa, tratto dalle parole del Salmo 42, Quare me repulisti. 

Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana – Copyright  


Un grande repulisti prima di Natale. Promettiamocelo. 


Promettiamoci di guardare a tutto con gli occhi del nuovo, sapendo che c’è una erotoauctoritas. 
Promettiamoci di scoprire l’erotico nei libri non erotici dichiarati e di divulgare, dire, condividere.
Promettiamo, tra noi, di non sprecare fiato, perché già le prime pagine delle testate nazionali sono piene di culi e labbra. 


Wikipedia mi informa che Ruby è un linguaggio di scripting completamente a oggetti. Che non so che cazzo voglia dire, ma iniziamo da questo.
Dal ridare una forma concreta e utile  a nomi, cose, notizie. Anche nei dialoghi tra noi, se perdiamo tempo a parlare delle abitudini sessuali di un’altra persona, ci perdiamo tutta una serie di discorsi interessanti su come lavora il cervello, come si vive in Islanda ora, come funziona la Costituzione e come difendersi da chi cerca di modificarla, come sta il wireless in Italia per davvero.


Si perdono pensieri: PompeiPompeiOhdiaminePompei, schierarsi o non schierarsi, trovare il coraggio per baciarlo/a, ma solo Rampini può parlare di oriente?, ma Gifuni può prendersi tutto il cartellone del Valle a Roma?, ma il latte fa bene o male?

Si perdono scelte: decidere di leggere Voltaire, di comprare quel biglietto aereo, di aprire un agriturismo, di capire come funziona il meccanismo di certificazione bio, di scoprire le persone. 

Un denudare dal superfluo. Far piazza pulita di tutte queste schifezze. Iniziando inter nos.
 


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La vita deve assomigliare alla morte. E il luogo non è il paesaggio


Intervista paesaggistica.
Varco sul panorama mentale di Tommaso Faraci*



Iperborea - Tommaso Faraci

Iperborea - Tommaso Faraci



-) La tela vuota è un labirinto? 
No, ma il mondo che vi entra lo é. Un quadro finito ne é la testimonianza.


-) Un dipinto deve, può o dovrebbe avere una qualche funzione terapeutica? 
L’arte innesca una reazione intellettuale e fisica.
L’artista coscienzioso si assume una responsabilità.
Lo spettatore anche. Che sorga un’etica a riguardo è quantomeno auspicabile.


-) Ascolti musica quando dipingi? 
A volte. Nella musica si agita un senso. Spesso invece è dal silenzio che si dipana l’intuizione.


-) I tuoi quadri agiscono come certi tramonti. Diresti che hanno un ritmo? O un silenzio? O un ritmo con un loro silenzio interno? 
Nelle mie intenzioni almeno, ci sono sia il ritmo che il silenzio, altrimenti non ci sarebbe una composizione.


-) Dipingi donne? 
Sì, l’ho fatto a volte.


-) Dipingi me? 
Quando riesco a vederti. Come ogni altra cosa.


-) La terra, quella vera che prendi con le dita, in che rapporto sta con quella dei tuoi quadri? 
La terra vera e la natura di per sé, credo che in realtà siano contrarie ai miei quadri. Non ne hanno bisogno. La natura è così ingenua e perfetta nel celebrare condanne e benedizioni che non risulta criminale nemmeno quando ci é avversa, ma orrendamente incantevole e insieme temibile. La “mia natura” non é così pura. E’ soltanto una proiezione intellettuale. Vorrei fosse un filtro che facesse emergere soltanto ciò che della natura abbiamo dimenticato o ciò che ancora ricordiamo (tutto ciò di cui sopra). Credo che il luogo non sia il paesaggio e il viaggio non sia il turismo e spero che questi continuino a r-esistere ai nostri costumi.


-) L’hai capito o no se sei nato per dipingere? 
Intanto preferisco fare; pormi la domanda quando sarà veramente necessaria.
Di sicuro sarebbe grandioso morire per dipingere.


-) Mitraglietta random di artisti:

Che pensi di Jan Fabre? Ne penso meglio a teatro.
Che pensi di Bill Viola? Poesia, altissima. Se ci fosse un’ “avanguardia” quella sarebbe lui.
Che pensi di Maurizio Cattelan? Non sono indotto a pensare.
Che pensi di Marina Abramovic? Penso abbia fatto grandi cose. Chi percorrerebbe a piedi la muraglia cinese incontrando il proprio compagno/a a metà strada dopo novanta giorni di cammino solo per dirsi addio? O un grande artista o un grande amante o un grande essere umano.


-) L’Umbria ce l’hai sparsa per gli organi? 
Sì, ma le ultime analisi sono andate bene.


-) Forme di completamento casuale:

Le mani sono … i nostri pensieri
Una stanza dove … riporre libri in ordine di stagione, giorni e ore specifiche.
L’istante va … a farsi benedire se non te prendi cura. Per tutta una vita.
La vita deve … assomigliare alla morte. Il più possibile.
Il corpo sa … più cose di quelle che probabilmente riuscirai apprendere.
Una foglia per … coprirsi non ha a quanto pare concesso all’umanità il senso del pudore.
Un gesto può … anche non essere accompagnato da un senso. Non spetta a me giudicare.
Il colore che … è ancora nei tubetti è importante quanto quello sui quadri. 




Tommaso Faraci - Ekalix

Tommaso Faraci - Ekalix



* Tommaso Faraci 

Nato a Spoleto nell’ottobre del 1985, si diploma presso il Liceo Classico “Pontano-Sansi” nel 2004.
Intrapreso inizialmente il percorso universitario presso la facoltà di “Tecniche Pubblicitarie” dell’Università per Stranieri, presto, si trasferisce all’Accademia di Belle Arti  “Pietro Vannucci” di Perugia, come studente del corso di Pittura del Prof. Sauro Cardinali.

Nel 2008 è vincitore di una borsa di studio Erasmus presso l’Akademia Sztuk Pieknych “Jan Matejko” di Cracovia. Si diploma cum laude presso l‘accademia perugina nell’ A.A.  2009/2010.

Ha partecipato alle seguenti manifestazioni: 

2006 – DEL FARE E DEL VEDERE 

Mostra collettiva presso il C.E.R.P. di Perugia. Nella stessa occasione collabora alla prima edizione di POLLINE, raccolta di “aforismi” sull’arte a cura degli studenti e dei  docenti della cattedra di Pittura 1 dell‘Accademia “P. Vannucci”. 

2008 – FLEURS. OPERE D‘AMORE  

Mostra collettiva d’arte contemporanea presso il Museo Civico di S.Antonio a Cascia e presso il Palazzo del Comune (Ex Monte di Pietà) di Spoleto. A cura di Teresa  Dominijanni e Francesco Santaniello da un progetto di Franco Troiani, Studio A’87.                        

2009 – DINAMITI & ORCHIDEE  

Mostra collettiva presso la residenza d’epoca “Eremo delle Grazie” a cura di Tommaso Faraci, Paolo Romani, Michele Santi. Con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del  Comune di Spoleto. 

2010 – BOOKBUILDERS AND BOOKMACHINES  

Workshop intensivo con Amedeo Martegani sul libro d’artista, all’interno di IN BOOK / OUT BOOK / IF BOOK a cura di Giorgio Maffei e Emanuele De Donno. 

         - K. RACCONTI NOIR E DEL MISTERO  

Partecipa con il cortometraggio “Sibilla” alla rassegna cinematografica a cura di Luca Valentino Paluello presso il Castello di Pissignano 

         -  ANNA MAHLER PROJECT SPACE 

Divide lo spazio di piazza del Mercato a Spoleto con Francesco Marcolini esponendo un gruppo di opere estratte dalla serie “Luoghi Primi”. A cura di Cecilia Metelli.




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