Archivio per ottobre 2010

Shht…shhht…


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Soqquadro




Immagine | Ida Macondo

Immagine | Ida Macondo



Soqquadro sorride meschina 
a tutte le banali altre parole, 
che han bisogno di una ccù con una cci dietro. 

Questa è una dichiarazione (woah!) d’amore
e tu sei la mia cosa che mette a soqquadro tutte le altre. 


La mia cosa che non controllo e nemmeno mi controlla. 
L’imprevisto, la resa, ma una resa piena d’attacco. 

Incivilizzabile, pienamente potente. 

La mia cosa scorretta come un brigante e delicata come un galantuomo o una dama,
ostinata come certi uomini che lavorano con le mani o hanno fatto la guerra. 


I tuoi occhi capaci di tutto. 


Auguro soqquadro a chiunque si dica umano, 
perché riempie di deità, 
fora il pensiero e
la ragione diventa un grosso Lerdammer olandesissimo 
che riempi forse con nuvole e tatto. 


Ne esci con fluidità pari al metallo 
e un rivestirsi repentino
alla luce di treni e all’alba di traslochi. 


Un’apertura spasmodica verso la possibilità. 

Un modo di morire affatto rammollito,
e quindi un modo di stare in vita
che lascia l’universo rintronato. 


La mia cosa coricata sui viaggi, 
le mie labbra come dita furiose che sfogliano 
cercando il codice tra tante formule, 
il codice della tenerezza 
coniugata a curiosità e un certo qual modo spontaneo 
di stare in vita e quindi morire.


I tuoi occhi capaci di tutto. 

Mi sdraio come una donna.
E le spalle ti cercano complici. 
E come una manata di cellule impazzite,
la notte nera sta nel letto ma non del tutto, piena di elettricità

Mi sdraio da donna sui tuoi occhi capaci di tutto. 


(Immagine | Ida Macondo)


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Buio, forse Blanco


Fino al 30 Novembre il 10B Photography ospita Blanco – Visions of Blindness, progetto fotografico impregnato di quel bianco simbolico che certi vedenti spacciano per condanna




Stefano De Luigi - Blanco

Stefano De Luigi - Blanco




Ma se l’anima è negli occhi, i ciechi hanno perso la vista e pure il soffio platonico che spinge alle azioni, alle scelte?


Il 10B Photography Gallery, fino al 30 novembre, ospita le foto con cui Stefano De Luigi ha documentato la cecità, quella condizione che tutti spacciano per condanna alla tenebra e invece forse è Bianco, Blanco, come in lontananza suggerisce la voce netta e sorridente di Saramago, le sue frasi accatastate e dense.
Ma se l’anima è negli occhi, i ciechi hanno perso pure quella?
Ci entri con questa domanda al 10B. Varchi il passo pure col timore che sia l’ennesimo progetto fotografico di ovvietà volto a documentare una condizione disagiata, ottenebrata, deficitaria, handicappata, lesa e chi più ne ha più ne metta.

I numeri del progetto di Stefano De Luigi: 4 anni di lavoro tra 3 continenti. Uno che vede che ritrae chi non vede. E ritrae visioni del non vedere. Uno che vede e che della visione ha fatto la sua arte e il suo lavoro, in qualche modo. Un fotografo professionista che mette al centro del clic animali umani che non hanno quel senso o l’hanno perso. E stanno nei posti del mondo dove le guerre civili hanno lasciato brandelli di ferraglia negli ospedali coi macchianri arrugginiti.


Disagio su disagio, in pratica. Eppure non t’assale pietismo, ovvietà, nonostante il timore di trovarli sia sempre dietro l’angolo. C’è un senso come di bianco silenzioso e nero lucido già nel 10B in sé, sono proprio gli spazi che lo evocano. Immaginate la galleria con dentro queste “ottime foto del dolore”, espressione usata nell’accattivante dire l’opera di Stefano De Luigi da Philippe Dagen, grande critico d’arte e accademico, scrive per Le Monde, vive e lavora a Parigi.


Si entra con un’aria di sfida in una mostra che ritrae la cecità. Si entra parlando con la voce della mente al fotografo, quasi a dirgli mi vuoi convincere? mi vuoi commuovere? Invece la mano di De Luigi è accogliente, già cedevole, c’è il suo progetto fotografico e basta. Con lampade che impallano il viso di chi ha il camice, lacrime e gocce opache, foto granulose, visi.

Attesa, soprattutto.


Sentimento simbolico del Bianco che tutti scambiano per Buio.

Sentimento in immagini di esistenze che non sono all’insegna di un “meno”, di un vivere per sottrazione.


C’è tanta attesa in questa mostra fotografica. E respiri da intuire. Quasi che la condizione esistenziale documentata non fosse quella della cecità, ma quella, appunto dell’attesa. Della schiena contro la porta, delle mani che cercano le mani o la parete. E le ombre i ciechi le toccano? E lavorare la terra come deve essere? E ascoltare un apartita di pallone? Pelle nera, visioni forse bianche, non si sa. Non occhi a mandorla. Ossa magre dello sterno e pancia forse gonfia al centro dell’attenzione di tante mosche forse. Corridoi e spazi. Cervicali abbassate.

Tutto come quando il suono fa vibrare le cose.




Stefano De Luigi - Blanco

Stefano De Luigi - Blanco




Accompagnare, aspettare, in attesa. Se mi ami, mi vestirai? Visto che mi ami, mi vesti, mi prendi per mano? Lucine spente o accese del tutto, ipermetropia da vissuto. Vivere in un posto dove le cose non si spostano mai o vivere nel mondo, proprio dentro, sporcarcisi di brutto? Domanda metafisica declinabile anche verso coloro che hanno il pentasenso, tutti e cinque proprio. Quando sono andata io a visitare la mostra, almeno due persone non sono riuscite a riaprire la porta, dopo la visita, al momento di uscire. Bastava girare una manopolina.

Siamo tutti orientati verso un qualcosa che è davvero non vedibile eppure ci porta. Noi in quanto entità soggette alla legge del tempo. Vale per chi ci vede, chi no, chi va a tentoni, deraglia nel senso e tra le scelte. In questa mostra non c’è la cecità nel senso introverso del fallimento cui la relegano certi vedenti. A guardare bene, all’ingresso del 10B, c’è una frase di Nadar, stampata con inchiostro eloquente:

Non esiste la fotografia artistica.
Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.

Potenziale criterio con cui giudicare il progetto fotografico in questione.



Stefano De Luigi - Blanco

Stefano De Luigi - Blanco




BLANCO Visions of blindness – Stefano De Luigi (VII Network)

15 ottobre – 30 novembre 2010

dal lunedì al venerdì 10.00-13.00 / 15.00-19.00 ingresso libero

in collaborazione con Officine Fotografiche per FotoLeggendo

a cura di Giovanna Calvenzi

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10BPHOTOGRAPHY

Via San Lorenzo da Brindisi 10b –
+390697848038 –
info@10bphotography.com


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Descartes docet



Io lo so che il buio è tagliato finemente, sottile come quel pezzo di cuore che ti ritrovi di melma. Io lo so che le scelte è un continuo prenderle, ma la carreggiata può essere divertente. Può essere ironico, onirico, educativo deragliare coi deragliati. Ho creato un pacco di patatine fatte apposta per te, non sono proprio patatine, sono “buongiorno”, nel sacchetto ci trovi dentro tanti piccoli “buongiorno” per le giornate che vivrai. Che se poi, alla fine del sacchetto, non ti lecchi le dita, te le stacco una per una, falange falangina falangetta. 

Io lo so che è dura pensare ai morti apparenti che continuano a camminare, parlare e pensare ma con difficoltà. 
E vorrei essere l’animale che sente il terremoto prima di tutti.
E vorrei saperti dire perché il frisbee deve ruotare per poter volare.
Domattina berrai ul litro di acqua e poi andrai a pesarti per vedere se pesi un chilo di più.

No, parte del nuovo peso viene persa.
Parte delle nuove cose assimilate si perdono.

Come è vero il contrario, 
come è vero che si portano regali, orgasmi, gesti
ce li portiamo dietro, nella vita, dentro nella calotta cranica
per tempi indicibilmente lunghi. 

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