Le prime edizioni sono come i primi appuntamenti.
Stai lì col corpo che parla la sua lingua, non lo fermi, se ci provi, ti fa arrossire. E ben ti sta.
Andare lì, con l’anima appesa tra l’anticipo e il ritardo. Buio, dopo.
Tipo un po’ quella cosa lì, sì dai, il cinema, giusto? Come al cinema, sì, dai. La macchina dei sogni.
C’è già tutto. Nel primo bacio, no?
Tipo al cinema, no? se ti viene da cercare la mano oppure no.
Con l’anima appesa tra il momento giusto e quello che non va più ormai, passato l’attimo, il braccio si ritrae.
Adesso ditemi voi:
Prendi un teatro di Foligno. In Umbria.
Che diventa cinema, no, pare ovvio.
Pigli quattro ragazze. Quando qualcuno impazzisce si dice che non doma la tigre o si fa dominare dalla scimmia.
Queste si sono fatte acconigliare. In un ordine casuale: Claudia Mariotti, Chiara Giontella, Marta Freddio, Elisa Freddio.
Dicevamo, gli elementi, gli ingredienti del Rabbit Fest, sì:
Un teatro-cinema, la città della Quintana e dei Primi d’Italia, quattro ragazze stregate da un coniglio, le lancette che arrivano al 18 e al 19 Settembre appena andati.
Poi, il cinema d’animazione. Schiaffi tutto dentro a un pentolone di entusiasmo, bimbetti sulle poltroncine, adulti con le boccucce spalancate che non ci credevano più di aprirle così. Poi pigli spillette, maglietta, fighi un bel po’, sì. Pigli l’arte che è in giro per il mondo in forma di animazione. L’arte visiva animata, ma detto così fa schifo. Pigli tanta poesia, tipo che la rassegna di cinema di animazione ha le perle di lungometraggi e corti innestate su un filo preciso: Lost and Found.
Nella macedonia immensa dei Festival dei Festival dei Festival,
Quello che interessa a esseri umani sul cammino evolutivo estetico e pratico è che questi dannati Festival ci facciano uscire più ricchi in termini di roba da portarsi negli organi interni. Che ci facciano conoscere. Le quattro ragazze che hanno obbedito al tic tic del coniglio ci sono riuscite. Esci dal Rabbit Fest con roba dentro in più.
Per esempio: “Le Silence sous l’écorce” (11′) di Joanna Lurie,
che lo guardi tutto con le labbra distanti e la gola che diventa secca,
perché ci sta dentro la meraviglia. Che lo guardi tutto e ti senti soffice, le spirali alternate alla sfera che è la pancia. Che ciondoli nella musichetta aspettando una fine ma volendola mai.
Per esempio: “Nat e il segreto di Eleonora” (76′) di Dominique Monfèry,
che lo guardi lasciando aperta nel cervello la finestra di quando le favole te le hanno o non te le hanno mai raccontate, che ti chiedi com’è che hai imparato a leggere e ti chiedi se è proprio vero che sai leggere, se è vero fino in fondo. Che è come quando le cose prendono una forma, ma erano reali anche quando da potenza non passavano ad atto. Che è come quando i risvolti li vedi alla fine e tu lo sai che il mondo che hai dentro in realtà ti ha aspettato, t’ha pure visto crescere. Tutti gli abitanti del mondo fantastico in cui siamo cresciuti ci guardano e non vivono se li tradiamo, detto senza morale, con un po’ di irritazione poetica.
Per esempio: ”Lost and Found” (25′) di Philip Hunt.
Che va visto perché va visto, porca miseria. Non dico altro.
Insomma, se volete essere, dovete vederlo.
Lost and Found lo spiega così Chiara Giontella:
Con queste parole gli inglesi chiamano gli oggetti smarriti. Noi vogliamo riferirci a ciò che durante la vita si perde e a ciò che invece viene trovato o ri-trovato, che sia questo un particolare stato d’animo, un’amicizia o qualsiasi altra cosa. Quello che abbiamo voluto raccontare attraverso questi straordinari lavori d’animazione è proprio la linea di passaggio che divide il “perso” dal “trovato”, come rive opposte di due paesi divisi da un mare che va attraversato.
Il cambiamento e l’illuminazione che segna un prima e un dopo costituiscono il nostro personale concetto di lost and found, che estende il suo significato a storie che raccontano la riaffermazione della propria identità (“Io so chi sono”, “Il gioco del silenzio”), al racconto di un bambino che conquista il coraggio di crescere (“Il re dell’isola”), al triste destino di due topolini innamorati (“One Rat Short”) o al malinconico viaggio di un uomo solo che attraverso i suoi ricordi perduti si riappropria di sé e della sua vita (“La maison en petits cubes”).
Un bambino e un pinguino, il loro perdersi e ritrovarsi, hanno ispirato l’intero Festival, per questo la scelta stilistica di aprire e chiudere l’evento con il corto di Philip Hunt, come una linea continua che racchiuda il senso di questi giorni.
Convinti che tutti possano far proprie la molteplici declinazioni di Lost and Found, vi auguriamo di potervi perdere e ritrovare.
Il primo bacio funziona alla grande.
Mi auguro che il coniglio le insegua nei sogni, queste quattro ragazze,
che le ossessioni di notte e di giorno, se le porti per mano saltellando fino al 2011.
Fino alla prossima edizione. Varrà la pena perderla per qualche mese. E poi ritrovarla. Sì.




