Archivio per settembre 2010

Perdersi e ritrovarsi dietro a un coniglio


Rabbit Fest

Rabbit Fest



Le prime edizioni sono come i primi appuntamenti. 
Stai lì col corpo che parla la sua lingua, non lo fermi, se ci provi, ti fa arrossire. E ben ti sta. 
Andare lì, con l’anima appesa tra l’anticipo e il ritardo. Buio, dopo. 
Tipo un po’ quella cosa lì, sì dai, il cinema, giusto? Come al cinema, sì, dai. La macchina dei sogni.


C’è già tutto. Nel primo bacio, no? 
Tipo al cinema, no? se ti viene da cercare la mano oppure no.
Con l’anima appesa tra il momento giusto e quello che non va più ormai, passato l’attimo, il braccio si ritrae. 


Adesso ditemi voi: 
Prendi un teatro di Foligno. In Umbria.
Che diventa cinema, no, pare ovvio.

Pigli quattro ragazze. Quando qualcuno impazzisce si dice che non doma la tigre o si fa dominare dalla scimmia.
Queste si sono fatte acconigliare. In un ordine casuale: Claudia Mariotti, Chiara Giontella, Marta Freddio, Elisa Freddio.


Dicevamo, gli elementi, gli ingredienti del Rabbit Fest, sì: 
Un teatro-cinema, la città della Quintana e dei Primi d’Italia, quattro ragazze stregate da un coniglio, le lancette che arrivano al 18 e al 19 Settembre appena andati. 
Poi, il cinema d’animazione. Schiaffi tutto dentro a un pentolone di entusiasmo, bimbetti sulle poltroncine, adulti con le boccucce spalancate che non ci credevano più di aprirle così. Poi pigli spillette, maglietta, fighi un bel po’, sì. Pigli l’arte che è in giro per il mondo in forma di animazione. L’arte visiva animata, ma detto così fa schifo. Pigli tanta poesia, tipo che la rassegna di cinema di animazione ha le perle di lungometraggi e corti innestate su un filo preciso: Lost and Found. 

Nella macedonia immensa dei Festival dei Festival dei Festival, 
Quello che interessa a esseri umani sul cammino evolutivo estetico e pratico è che questi dannati Festival ci facciano uscire più ricchi in termini di roba da portarsi negli organi interni. Che ci facciano conoscere. Le quattro ragazze che hanno obbedito al tic tic del coniglio ci sono riuscite. Esci dal
Rabbit Fest con roba dentro in più.


Per esempio: “Le Silence sous l’écorce” (11′) di Joanna Lurie,
che lo guardi tutto con le labbra distanti e la gola che diventa secca,
perché ci sta dentro la meraviglia. Che lo guardi tutto e ti senti soffice, le spirali alternate alla sfera che è la pancia. Che ciondoli nella musichetta aspettando una fine ma volendola mai. 


Per esempio: “Nat e il segreto di Eleonora” (76′) di Dominique Monfèry, 
che lo guardi lasciando aperta nel cervello la finestra di quando le favole te le hanno o non te le hanno mai raccontate, che ti chiedi com’è che hai imparato a leggere e ti chiedi se è proprio vero che sai leggere, se è vero fino in fondo. Che è come quando le cose prendono una forma, ma erano reali anche quando da potenza non passavano ad atto. Che è come quando i risvolti li vedi alla fine e tu lo sai che il mondo che hai dentro in realtà ti ha aspettato, t’ha pure visto crescere. Tutti gli abitanti del mondo fantastico in cui siamo cresciuti ci guardano e non vivono se li tradiamo, detto senza morale, con un po’ di irritazione poetica. 


Per esempio: ”Lost and Found” (25′) di Philip Hunt.
Che va visto perché va visto, porca miseria. Non dico altro. 
Insomma, se volete essere, dovete vederlo.
 

Lost and Found lo spiega così Chiara Giontella


Con queste parole gli inglesi chiamano gli oggetti smarriti. Noi vogliamo riferirci a ciò che durante la vita si perde e a ciò che invece viene trovato o ri-trovato, che sia questo un particolare stato d’animo, un’amicizia o qualsiasi altra cosa. Quello che abbiamo voluto raccontare attraverso questi straordinari lavori d’animazione è proprio la linea di passaggio che divide il “perso” dal “trovato”, come rive opposte di due paesi divisi da un mare che va attraversato.
Il cambiamento e l’illuminazione che segna un prima e un dopo costituiscono il nostro personale concetto di lost and found, che estende il suo significato a storie che raccontano la riaffermazione della propria identità (“Io so chi sono”, “Il gioco del silenzio”), al racconto di un bambino che conquista il coraggio di crescere (“Il re dell’isola”), al triste destino di due topolini innamorati (“One Rat Short”) o al malinconico viaggio di un uomo solo che attraverso i suoi ricordi perduti si riappropria di sé e della sua vita (“La maison en petits cubes”).
Un bambino e un pinguino, il loro perdersi e ritrovarsi, hanno ispirato l’intero Festival, per questo la scelta stilistica di aprire e chiudere l’evento con il corto di Philip Hunt, come una linea continua che racchiuda il senso di questi giorni.
Convinti che tutti possano far proprie la molteplici declinazioni di Lost and Found, vi auguriamo di potervi perdere e ritrovare.


Il primo bacio funziona alla grande. 
Mi auguro che il coniglio le insegua nei sogni, queste quattro ragazze,
che le ossessioni di notte e di giorno, se le porti per mano saltellando fino al 2011. 
Fino alla prossima edizione. Varrà la pena perderla per qualche mese. E poi ritrovarla. Sì. 



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Un naso rosso su due ruote



Modern Times, Charlie Chaplin (1936)

Modern Times, Charlie Chaplin (1936)



Si tratta di un amico di un caro amico. Un itinerario interessante.

Se volete contattarlo, aiutarlo, parlarci, E-MAIL:    and.sacchetto@googlemail.com 

Se a 31 anni non si capisce cosa si vuole fare, cosa si è nati per fare, diciamo, ecco, il problema potrebbe stare da ambedue le parti: la persona, la struttura intorno. La struttura che A) non fornisce una rosa di scelte B) non crea le condizioni per porre in essere la scelta presa.

Se trovo la stanza in tempo, molto probabilmente lo ospito. Se volete parlarci o aiutarlo, diffondere credo sia importante. Confrontarsi, insomma. Magari aiutare ma senza perdersi in parole, giri o polemiche, aiutare a trovare lavoro, una soluzione creativa. 

Io la pubblico lo stesso, perché in molti casi questo paese, se anche tu sai dove vuoi andare, ti ci fa andare attraverso tremila fogli, tanta fatica, risposte brutte, facce stanche, ostacoli che vede solo chi te li vuole mettere, anzi, li costruisce apposta. 


Dopo due anni in cui ho potuto provare sulla mia pelle cosa vuol dire essere trattati come schiavi, dopo due anni in cui ho dovuto barattare la mia liberta’ con un
contratto di lavoro della durata di un mese per fare un lavoro in cui avrei potuto benissimo essere sostituito da una scimmia ammaestrata, dopo non essere stato pagato nientemeno che da ENEL energia per il lavoro che ho svolto, dopo essere stato lasciato a casa da un’azienda  farmaceutica che con quelli come me ci campa, dopo aver fatto l’ennesimo periodo di prova in nero che casualmente coincideva con le ferie del titolare…. 

Beh, dopo tutto questo ho deciso di dire BASTA.

Cosa
si deve fare per poter sperare un giorno di vivere non dico una vita dignitosa, ma perlomeno una vita che non si riduca a spaccarmi la schiena per arrivare a stento a fine mese mentre vengo vessato dal mio capo? 

Io potrei anche sopportare, ma cosa ne sarà dei miei figli? Dovranno vivere nelle mie stesse condizioni, perché il loro padre non ha avuto le palle per alzare la voce quando era il suo 
momento? 

Ragazzi, io ho 31 anni. E il mio momento è adesso. Forse non servira’ a niente, ma ho deciso che per una volta nella vita voglio andare fino in fondo. Voglio che questi manigoldi che 
vorrebbero ridurmi a una non-persona per una volta sentano la mia voce.

Per questo andro’ a Roma con l’unico mezzo di trasporto che posso permettermi attualmente, la bicicletta. 

Farò tappa nelle principali citta’ italiane, e mi fermero’ davanti ai comuni indossando un naso rosso e giocando con le palline da giocoliere.

Un cartello al mio fianco reciterà: 

“ITALIANO, 31 ANNI, INVALIDO CIVILE, DISOCCUPATO DA 2 ANNI. SE DEVO FARE IL PAGLIACCIO PER POTER VIVERE ALMENO ABBIATE IL CORAGGIO DI USCIRE E VENIRE A DIRMELO IN FACCIA”.

Girero’ con una telecamera, in modo da riprendere le reazioni della gente comune e delle istituzioni riguardo a un problema che non e’ solo mio, e che non si risolverebbe semplicemente trovandomi un lavoro. Ci sono 6 milioni di persone nelle mie stesse condizioni in italia, e in molti casi hanno una famiglia e dei figli da mantenere. Se nessuno prova a fare niente, le cose non cambieranno mai. 

Chiunque possa darmi una mano anche solo con un consiglio è gradito, al momento per partire mi mancano: 

- bisacce da bicicletta

- un fanale! 

- una tenda possibilmente 2 second monoposto per eventuali emergenze climatiche

- un po di visibilita’ (e qui entrate in gioco tutti)

- un posto dove stare nelle prinipali citta’ italiane

L’itinerario sara’: 

TREVISO 
VICENZA 
VERONA
MANTOVA
BOLOGNA
FIRENZE
SIENA
GROSSETO
VITERBO
ROMA

Comunicherò le date appena avro’ un programma preciso. 

Se qualcuno ha già fatto dei ciclotour sarebbe utilissimo sapere cosa è utile in queste escursioni. Ringrazio chiunque abbia voglia e tempo di aiutarmi…spero di potermi sdebitare un giorno. 

Sincerely, 
Tom Tatum   



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Se oscilla non si rompe



En Atendant©Anne Van Aarschot-LDD

En Atendant©Anne Van Aarschot-LDD



Rosas – En atendant 


Ho aspettato del tempo prestabilito per far fuori a calci le cose di me che non voglio più, provare a smontarle come i pezzi del meccano. Ho usato la saldatrice per quei oh bianchi oh neri pezzetti di spranga che avevo lasciato appesi sopra al bordo del terrazzo, se il terrazzo ha un bordo. Avevo ripreso zollette di minestra condensata nel freddo e indistinguibili animali fatti di sogno. Si aspetta ancora la fine, anche mentre la teiera soffia. Sbuffa forte.

Il concerto del mattino di ciascuno di noi prima di incontrare il mondo. Controlla sempre se c’è la carta igienica, controlla sempre. Le spalle, la viuzza, qualcosa da odiare, qualcosa da amare, evviva l’alternanza e chi si conserva bambino e bambina. Stamane rivedrò decisioni importanti, come la colazione.

Bocconi come passi. Fatti piano, guardandosi le mani. Non hai capito!, mi devi reggere la cervicale. Non hai capito!, sto andandomene. Non hai capito!, lasciati un attimo stare, tanto qui è tutto in bianco e nero e un movimento può durare tantissimo grazie al demiurgo. 


Portami dove un movimento può durare tantissimo, per favore. Per favore. Per favore, restiamo qui, dove un movimento dura tantissimo.


Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei? Come possiamo? Non siamo destinati a imbrattarci le anime per le strade, abbandonati come specie di fachiri mutili, ubriachi come zozzi armeni che malediciamo. Non siamo obbligati alla paura, non lo siamo. Non cediamo. Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei? 

Mentre loro ci pensano, tu stai qui, aggiorniamo lo stato dell’essere su quel movimento lentissimo. Poi lo rendiamo come di serpente, quando nessuno lo attende. Tu sai bene questo stato di cose che è anche nella dinamica del mare e per questo ti amo. 


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Il tessuto umano e il mare




Helen Mirren in "The tempest"

Helen Mirren in "The tempest"



A me Across the universe aveva fatto venire un po’ sonno. Sarà che i Beatles li conosco poco poco (shame on me! Lo so, lo so). Io son venuta su a pane, zucchero, vino (! giuro) e David Bowie, i Led Zeppelin, Janis Joplin e i Rolling Stones, quindi un film sui Beatles, che comunque sto cercando di conoscere meglio da un’annetto circa, non mi smuove troppo, poi. 

Però, ragazzi, cosa mi fa questa regista statunitense ebrea figlia di un ginecologo e un’insegnante di scienze politiche. Cosa mi fa con Shakespeare, ragazzi. E cosa mi aveva già fatto 5 anni prima di Across the universe, mi aveva sfornato Frida. Insomma, ci siamo capiti, quella cosa meravigliosa calda e rossa che era Frida. 


La Julie Taymor, tanto per cominciare, Prospero lo rende personaggio più prospero, cucendogli sopra il genere femminile: Prospera. E’ che ti viene da pensarlo subito. Chi potrebbe fare Porspera? O meglio, come l’uovo e la gallina, cosa viene prima? L’incontro con la Mirren o l’idea di Prospera? Nessuna altra avrebbe potuto. Una statura immensa, un viso che ti inonda, non riesci a staccarle gli occhi di dosso; non una ruga fuori posto, non un sangue meno inglese che scorre nelle vene, non una passione più grande per questo ruolo nobile.

Prende una donna con l’intenzione maschile, una forza appuntita in un sesso morbido. Tutto questo per creare un film che si muove a spirale. Un Ariel irresistibile. Un “Siediti e resta fino alla voce che ti conduce alla fine del film”. Un “Siediti e resta, perditi, annega.” Un “Siediti, spettatore, e ama la lingua da cui deriva quella lingua”. Lasciamoci, noi umani, in film così.


Mi raccomando, lasciamoci il cuore dentro film così e quando torniamo nel reale portiamo la nostra odissea. Giochiamo con i nostri castelli di sabbia soffiati via dal vento, come nella prima scena che, da spettatore, ti vien voglia di mordere, e invece solo la pioggia, la pioggia solo può spazzarla e il vento e la corsa di Miranda, figlia di Prospera, mentre in mare urlano gli attori di una parte del suo destino. 


“The tempest” chiudeva il Festival di Venezia 2010 e la dritta “Vallo a vedere te!” è giunta da voce di mani preziose.

I costumi.

La musica. Che se a un certo punto partisse un ritmo alla Water” dei Blonde Redhead, mentre si scaglia il fuoco nell’acqua o l’aria sulla terra, e se quel ritmo avesse dentro l’inglese del thou, ecco, questo film è una cosa del genere. Ed era duro farne uno così dopo ce ci aveva messo le manine Peter Greenaway con il bel Prospero’s books del 1991. E c’aveva pure le musichine di Michael Nyman, il Greenaway, mica scherzi.

Ma qui la Taymor ha Elliot Goldenthal dalla sua. E le Hawaii come set, primordiali, soprannaturali. Il responsabile della luce surreale è il direttore della fotografia Sturat Dryburgh

Il mare.

Il mare.

Il mare. 

Una donna e il mare, queste due enormi potenze. 

L’umano, il tessuto umano. Le cose di cui non ci liberiamo, il tessuto umano, il dare-avere, gli spiritelli che ci dividono le membra. Le strategie che ci agitiamo pur di porle in essere. Poi il tradimento, la vendetta, l’Arte. Siediti, spettatore, c’è tutto questo. 


Sull’epitaffio di W. Shakespeare è scritto:

Blest be ye man yt spares thes stones,
And cvrst be he yt moves my bones. 

(Più o meno:

Benedetto colui che custodisce queste pietre.
E maledetto colui che disturba le mie ossa
)


La Taymor le bacia, le carezza, gli parla a quelle ossa. Creando un film un po’ strano, aggettivo che ci sta bene. Un film, dicevamo, un po’ strano, un po’ ridondante, un po’ tanto teatrale, un po’ smorfioso, un po’ deformante, un po’ barocco. Ma, allo stesso tempo, risvegliando un’opera che ha 400 anni. 


Risvegliando dentro a chi guarda quella voglia di abbandonarsi al sogno, nelle acque del sogno, che, se con Arpia, diventa incubo. Con il nero petrolio della follia, allo stesso modo, diventa incubo. Con l’altra faccia onirica, quella del piacere, diventa soffice sogno. Aria fluttuante. Elementi che danzano.  

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