Ho aspettato del tempo prestabilito per far fuori a calci le cose di me che non voglio più, provare a smontarle come i pezzi del meccano. Ho usato la saldatrice per quei oh bianchi oh neri pezzetti di spranga che avevo lasciato appesi sopra al bordo del terrazzo, se il terrazzo ha un bordo. Avevo ripreso zollette di minestra condensata nel freddo e indistinguibili animali fatti di sogno. Si aspetta ancora la fine, anche mentre la teiera soffia. Sbuffa forte.
Il concerto del mattino di ciascuno di noi prima di incontrare il mondo. Controlla sempre se c’è la carta igienica, controlla sempre. Le spalle, la viuzza, qualcosa da odiare, qualcosa da amare, evviva l’alternanza e chi si conserva bambino e bambina. Stamane rivedrò decisioni importanti, come la colazione.
Bocconi come passi. Fatti piano, guardandosi le mani. Non hai capito!, mi devi reggere la cervicale. Non hai capito!, sto andandomene. Non hai capito!, lasciati un attimo stare, tanto qui è tutto in bianco e nero e un movimento può durare tantissimo grazie al demiurgo.
Portami dove un movimento può durare tantissimo, per favore. Per favore. Per favore, restiamo qui, dove un movimento dura tantissimo.
Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei? Come possiamo? Non siamo destinati a imbrattarci le anime per le strade, abbandonati come specie di fachiri mutili, ubriachi come zozzi armeni che malediciamo. Non siamo obbligati alla paura, non lo siamo. Non cediamo. Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei?
Mentre loro ci pensano, tu stai qui, aggiorniamo lo stato dell’essere su quel movimento lentissimo. Poi lo rendiamo come di serpente, quando nessuno lo attende. Tu sai bene questo stato di cose che è anche nella dinamica del mare e per questo ti amo.

