"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)

"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)



Una buona pratica passa per le dita.

Si tratta di un momento molto particolare perché il piacere della trasmissione affiora sempre più. La trasmissione che passa per il gesto e gli occhi. Oltre alla forma tradizionale Yang ho iniziato a studiare con Daniel Villasenor, incontrato per caso nel percorso. Pratico con loro a Gubbio da circa 3 mesi e oltre. La settimana scorsa ero con la mia mano dietro alla schiena di una praticante per cercare di farle rilassare le spalle in una posizione che la irrigidiva non poco. Quando ho chiesto al maestro come fosse possibile aiutarla e ho ottenuto la risposta ho sentito molto caldo dentro, perché la mano ha avuto un effetto.

Il terreno è fertile perché ho trovato quel che da un po’ ricercavo, quella nota antica che fece risuonare yoga e tai chi insieme, su quella montagna, un tempo, forse mai nel reale. Il punto è che se lo yoga è unione e il tai chi crea sfere e lavora sull’energia che è al centro, sviluppa efficacia, ecco, insomma, la radice non deve essere così lontana. Il ginocchio sta meglio, il fisico sta cambiando e io pure tutta.

Un acrobata ciclista lungimirante e squisito mi ha fatto imbracciare una bici, attrezzo che ho sempre guardato a distanza. Quel tipo di movimento fa molto bene alla mia gamba invece, come il movimento in acqua, come nuotare in aria. Sono stati giorni di pratica intensa. Accade con le persone come con le cose. Quando ti lasciano dei semini che non vuoi perdere. Ti appartengono e dunque non li perderai ma vanno coltivati.

Quando senti il tuo percorso c’è una specie di euforia anche un po’ triste. E dunque non vedi l’ora di iniziare. Perché non ce l’hai ancora in mano e davvero non lo avrai mai. Una melanconia del dire senza dire qualcosa e dunque non parlare. In realtà è il modo migliore per sospendersi e sospendere.

E sto così, sospesa.


Anche rispetto all’amore. Anche rispetto ai libri, a Roma. Sospesa e, dentro, quasi graziata, dopo giorni neri, convulsi.


La sospensione può anche essere turbolenza, così come, circa la forza che non ci appartiene ma che è dell’altro, avvicinarcisi, può voler dire liberare.  Nel mio caso è comprendere che ci si può anche fidare, affidare, essere in sosta e non essere sostegno, per una volta. Come conoscere qualcuno che ti dice di tenere alta la guardia, di difendere il viso. E che poi ti abbraccia.


[...] Cela va sans dire (trad.it.: va da sé), [...] una di quelle felici formule che provengono non sappiamo bene da dove, che permangono, levigate dall’uso, nel cuore del linguaggio più familiare e nelle quali si coglie all’improvviso un invito a filosofare. [...] Essa dice ciò che va da solo, e senza trascinarsi dietro la pesantezza referenziale di quel sé, e in quel va che non ha bisogno di giustificarsi.

Ora, se fosse la parola a divenire essa stessa il soggetto di tale “va”, la parola che, spinta esclusivamente dal suo slancio, si dispensa dall’insistente controllo di questo “dire”?

Parlare senza parole – Logos e Tao, François Jullien, Sagittari Laterza, 2008


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