Archivio per settembre 2010

Se non hai, dai. Poi hai.


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Pittoresca Polposa Puttana



Distinti saluti bellissima puttana. 
La tua luce di taglio
sulle cose degli uomini piccole e pesanti. 
Monumentali si aprono squarci,
statue robustissime
che ti viene di arrivarci con la lingua sui polpacci 
o dorsi nerboruti, 
bianco immenso,
la superficie sconnessa dei passi che mi sono presa.


Bellissima puttana,
le terrazze che ancora non mi permetti di abitare,
il caldo sull’antico,
gli uomini che un mestiere non ce l’hanno preciso,
ma in cravatta e giacca
sono metallici
quasi temprati di nero elegante.

Ciao bella matrona
presa di notte con violenza dai barbari,
che sono gli stessi che ti sputano contro,
tu, presa da piramidi di carne appesa e tagliata, 
sudata.

Ciao te
piena di nuove generazioni di borgatari
col pallino rosso tra le sopracciglia,
vestite le femminucce cangianti nella metro. 


Il verde delle ville che t’impolmona, 
grandi spazi di installazioni beffe,
vecchie piazze circolari con fontana
ora riempite di frocetti con montatura sul naso nera enorme esile
e jeans appena sopra al malleolo. 

Aperitivi e uomini in trolley
con occhiale specchiato, mascella serrata. 


Ciao bellezza che mi stai nell’utero 
che hai significato Amore
di quelli che correvo di notte
da una parte all’altra di te. 

Depliant di ogni cosa sul tavolo della cucina.


Abbbella che mi spiavi di notte 
e ridevi di gusto a vedermi così fraci gli occhi.


Venire a scrivere
a qualche colpo di glutei dai fori.


Piagnevo come ‘na fija,
hai presente, no?
io che gelosa mai e invece 
budella sparse ovunque,
ai bordi di feste luminose
piene di niente senso.


E mi guardavi e al mattino me lo sussurravi
ma te renni conto come t’ha ridotto?
E io che rantolavo al risveglio
fino a un caffé per due.

Mi mandavi er marpionazzo de turno,
li facevi comparire con sapienza
a cacciarmi fuori un sorriso
a me che pensavo di non averne.

Te che dall’attore al cavallo bianco,
fino al viaggio in capo al mondo,
per poi tornare e dirtene.
Il sole ti abita.
A cantare in macchina la notte.
Sotto il ghigno del poeta,
sfrecciavamo
e mi sentivo dentro una tenda di magma.
Sventolava la tenda di magma,
ennesima forma del banale
per dire 
Incurabile Amore. 


Tu, da te è iniziata
una qual parvenza di letteraria dignitade 
e che te lo dico a fare, 
se te lo dico io lo so che tu ti metti a ridere 
perché sei una bellissima puttana e dai l’alloro ai lucchetti, 
sei una bellissima puttana, altroché, 
e come togli dai e come riempi di notte le stradine di musichine 
anche di pezzenti 
con le case sfitte e chi se ne dorme col puzzo di scabbia o pustole 
arrancando vermosi fino alla stazione. 

Ciao di cappuccio e cornetto,
ciao di gelato pregiato,
ciao di cervicale che mi hai spezzato
spesso e volentieri,
ciao di giorni successivi vestita uguale
per aver dormito altrove
da chi sai,
senza resistere alla tentazione 
di preparare una colazione come si deve
anche quando non c’era tempo,
non c’è stato mai con te,
non c’era mai tempo con te.
Mi hai vista in fiutti frutti e fiotti
dell’alta magia.

Ciao di edere rampicanti e orari bislacchi.
Che mi vedevi persa tra le sue braccia
carrozze verso la libertà.
L’amore per cui mi hai riso in faccia,
e a me sta bene
perché sei bella da togliere il fiato. 


Nun ce pensa, fà pace cor cervello
dicevi. 
Nun ce pensa, fà pace cor cervello
dicevi. 


E io cercavo 
l’ennesima forma banale per dire
l’Incurabile Amore,
tra puzzo di piscio e di fritto,
io cercavo come loro che smisticano nei cassoni,
come a prendere gemmette inutili
dal tuo vestito trionfale di mignotta d’altri tempi.
 
  

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“Il ritorno di Lilith” Joumana Haddad



Joumana_Haddad

Joumana_Haddad


Il ritorno di Lilith

Io sono Lilith la dea delle due notti che torna dall’esilio.

Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio ne è sfuggito, nessun maschio ne vorrebbe sfuggie.

Io sono Lilith che torna dalla cella dell’oblio bianco, leonessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non può essere raccolto nella mia coppa e lo bevo perchè sono la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze perchè non si creda che io mi possa dissetare. Mi faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per far posto a quelli che non mi hanno ancora conosciuta.

Dal flauto delle due cosce sale il mio canto
E dalla mia lussuria si aprono i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
Ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?
Non sono la ritrosia nè la giumenta facile,
Piuttosto il fremito della prima tentazione. 
Non sono la ritrosia nè la giumenta facile, 
Piuttosto lo svanimento dell’ultimo rimpianto. 

Io sono la leonessa seduttrice e torno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Torno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva. 

Io sono Lilith
E torno dal mio esilio
Per ereditare la morte della madre che ho generato.


Joumana Haddad, poetessa e scrittrice libanese, è responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese An Nahar. È l’amministratrice del Booker arabo, un premio letterario che ricompensa ogni anno un romanzo arabo e capo redattrice della rivista online Jasad sul linguaggio e letteratura del corpo. Le sue poesie saranno pubblicate presto in una raccolta dal titolo Adrenalina (Edizioni del Leone) con la traduzione dall’arabo di Oriana Capezio. La Haddad è anche membro del Comitato del Libro e della Lettura presso il ministero della cultura libanese. Ha ottenuto il premio del giornalismo arabo nel 2006.

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Quasi inverno



Deve essere stata verso Bruges o zone limitrofe

Deve essere stata verso Bruges o zone limitrofe


Una grossa tavola coi bulloni, come fosse stata, un tempo, il coperchio di una cassetta per frutta. Dopo il caffé che non prenderò, vi odierò di più.

Pistacchi, sparsi. Tovaglioli di colori diversi. Nervi a fior di pelle. Un grigio come se dovesse nevicare. La radio gracchia (o non hai centrato la stazione o le pile stanno andando). Conviene spegnerla. Oppure centrarla, fai come cazzo ti pare. Le nuvole si spostano veloci. Pezzi di giornale. Cipolle e pomodori sulla graticola. Gli angeli sono cattivi. Hanno la faccia allungata e fiera. Scendono solo per ricordarti che vuoi fare sesso e ti dicono che loro lo fanno con le nuvole. Quelle che si spostano veloci, sì. 

Per un po’, voglio solo essere lo scarabocchio che ho fatto in agenda durante l’ultima telefonata. 

Un’onda verde nel cuore che pare culli invece avvelena. Non è spleen, non sono una creatura così speciale. 

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