Hai disposto tutte sedie davanti alla porta d’ingresso come se tra stipite e maniglia si consumasse un concerto da un momento all’altro.
Ci siamo detti Tanto è uguale alla fine di un modesto pranzo ed è stato forse il sudore a farci ridere senza un motivo, forse il giorno così lungo.
Mi è parso di sentire i vestiti appesi parlare, appesi con le mollette tutte colorate, cromomollette come non mai.
Mi metterò dentro un ritratto di me da cucciola e il tempo si fermerà oltremodo.
A tratti mi dici che le bolle sulla pelle sono risultato dello schifo che si mangia ormai, noi onnivori osservati, onnivori senza intimità.
Mi nutre molto un certo esserti cavalla nella vita, cavalla nella tua vita. Il mio trottare ti ricorda che sei vivo, però, bada, che del cadere circa i cavalli si dice sempre che è la persona a toccare il terreno, mentre un cavallo può spesso e volentieri collassare su se stesso, specie una cavalla con occhi lucidi da giorni, quale io sono.
Hai aperto una pagina a caso e c’era il ritratto di una disfatta; io sono tornata nella stanza a scrivere, ma prima con un bacio sulla guancia ti ho ringraziato.
Perché hai chiesto
Perché ho detto affranta ma euforica insieme con te dimentico la difensiva.
Questo un amico sempre dovrebbe.








