Fin quando quella cosa granchiosa non ti prende più.
Fin quando riuscirai a mandare giù tutto il Martini.
Fin quando volerai leggera con le dita dei piedi affilate sulla vita.
Fino al momento in cui non ti strizzerai da sola l’intestino come un panno e guarderai fuori dalla finestra senza chiederti se sei davvero finita, pensandolo direttamente. Fin quando continuerai a morderti le labbra figurandotele di zucchero e colori. Fin quando avrai pan di zenzero al posto del coraggio. Fin quando la tua nobiltà d’animo leccherà code di topi sotto al tombino di tutti quelli che si sono amati, il tombino che raccoglie le lacrime di tutti quelli che si sono amati.
Fin quando continuerai a scrivere senza conoscere.
Mandare giù tutto il Martini di botto e chiedere al primo che passa: “Scusa, ma come fai a essere così muscoloso?” anche se ha due agretti al posto delle braccia.
Fin quando avrò dubbi senza averne davvero, ma allattandoli come gattini finiranno col tornare in forza e allora potrò maledirmi di nuovo.
Metto una musichetta blanda per far andare la sera e chiedo al letto se può diventare il letto del pede di un gigante, il cavo del piede di un gigante. Di Polifemo, così mi spiega come ci si sente quando qualcuno ti inganna così. E lo interrompo e gli dico: “Non spiegare lo so già.”
Fin quando potrò dire: “L’hai voluto tu” e non cambiare idea, ma continuare a fare la donna apocalittica e non integrata. Fin quando l’urlo bianco smetterà di essere debole. Fino al momento in cui saprai esattamente cosa hai fatto e potrai lavare via l’aragosta dietro alla cervicale. Inviterai allora qualcuno a cena, dicendo: “Ecco, vedi, questo è il corpo del mio corpo, mangialo tutto, amen.” Ecco, vedi, questa è l’entità che mi accingo a diventare. Potrai spostare un oggetto, accendere dentro del marciume, quel che ti pare. Nella stanza risuonerà forte: “Non farti più vedere.”





