Intervista a Christian Bona, giovane videomaker freelance che lavora con le immagini a 360°
Spiega cosa fai, in poche righe e cercando di mantenere il nostro interesse vivo.
Sono un MEDIA DESIGNER.
Sostanzialmente COMUNICO e cerco di farlo con tutti i mezzi che ho a disposizione.
In termini di insiemistica potrei dire così: l’insieme MESTIERE che mi riguarda ha a sua volta 5 sottoinsiemi, ovvero
grafica, web design, video musicali, motion grafica e fotografia.
Un solo insieme, ben 5 sottoinsiemi. Lo fai per accaparrare più lavori? Multitasking per sopravvivenza?
Quello che mi ha spinto a spaziare in altri campi creativi è stata una necessità personale di crescita e di linguaggio.
Un po’ come vivere in un paese dove non conosci la lingua, hai la necessità di imparare per comunicare, per me conoscere e lavorare
con diversi sistemi creativi è come conoscere tutte le lingue del mondo, sei sicuro che ovunque tu vada, saprai perfettamente cosa stai dicendo.
Poi con gli anni è arrivata anche la necessità lavorativa, conoscere vari metodi di comunicazione mi apre molte più strade sul mercato e credo che alla velocità a cui corre la società attuale sia un’ evoluzione necessaria per non rimanere indietro.
Nasci grafico, fotografo o cosa?
La prima formazione è da grafico pubblicitario.
Ok. Pensiamo un attimo al pubblicitario che deve inventarsi un pay off per qualcosa di “sbagliato”. Chi ti impacchetta veleno, insomma. Viene sempre da chiedersi come si senta prima di dormire. Da grafico pubblicitario, hai mai avuto di questi problemi?
Lavorare nella pubblicità mi ha tirato fuori l’abilità di comunicare e fare centro, credo che sia uno dei miei punti forza.
Purtroppo sì, mi capitano anche situazioni simili. Lavorare e cercare di vendere un prodotto, compito meschino e difficile. Quand’è così, alla sera prima di dormire cerco di pensare ai miei progetti creativi personali e così dormo sonni tranquilli. Per fortuna mi è capitato anche di lavorare a progetti in cui credevo moltissimo, a pubblicità progresso per istituzioni impegnate nel sociale, questo riporta l’ago della bilancia al centro.
Uno che lavora con le immagini, come sente le parole?
Non riesco mai ad immaginare le arti separatamente. Per questo amo il cinema e gli audiovisivi, perché si hanno a disposizione tutte le possibilità di “toccare” lo spettatore. Questo vale anche per le parole, scritte o meno, sono state fondamentali in ogni progetto a cui ho lavorato. Sento le parole come scelgo i colori, guardo le immagini, come mi faccio trasportare dalla musica e dai suoni. Per me fa tutto parte di un’unica grande tela da riempire.
Ti ho fatto questa domanda perché ho vari amici che lavorano con le immagini e molti hanno questo particolare in comune: NON LEGGONO. Non hanno libri, non ci pensano, non riescono a finirne uno. Tu?
Sì, lo ammetto. Anche io ho questo problema. Questo ci rende un po’ rinchiusi in noi stessi, dentro a un mondo fatto di una sola realtà narrativa, quella delle immagini. Niente di più sbagliato, lo scrittore inventa storie, il regista inventa storie. Sono solamente due modi diversi di comunicare, ma l’uno non DEVE escludere l’altro. Non dimentichiamoci che anche per dirigere un cortometraggio si passa prima dalla penna. Credo che un buon lettore abbia una media di un libro al mese. Io leggo poco, 3/4 libri all’anno e ammetto che uno dei problemi è “non riuscire a finirli” e ho la sensazione che a volte i libri non mi riescano a trasportare come il cinema, il che è normale, ma basterebbe trovare tra le righe, quella musica, quei suoni e quei colori che troviamo quando lavoriamo con le immagini.
Absurdity is what I like most in life, and there’s humor in struggling in ignorance. If you saw a man repeatedly running into a wall until he was a bloody pulp, after a while it would make you laugh because it becomes absurd. La frase l’ha detta David Lynch. Quanto entra l’assurdo nei progetti che hai realizzato o in quelli che hai in mente?
Per fortuna o purtroppo c’è sempre dell’assurdo nei miei processi creativi personali.
Nel mio primo cortometraggio realizzato in collaborazione con l’associazione culturale Sky in Box, il protagonista era un adolescente nato con una scatola di cartone al posto della testa. Insomma, quando non si hanno vincoli di produzione e nessun cliente da accontentare è facile per un creativo “scadere” nell’assurdo, un assurdo che è ben diverso da quello citato dal Maestro Lynch, che ne ha fatto uno stile di vita, non solo narrativo. Ben diverso è invece lavorare con un cliente alle spalle, in quel caso bisogna seguire determinati criteri che purtroppo molto spesso distolgono l’attenzione da quell’ Assurdo per finire nel qualunquismo.
Mi chiedo sempre se un fotografo sta male se, camminando per strada, vede una cosa che muove l’urgenza del clic e magari in quel preciso istante non ha la macchina al collo. Se un pittore starebbe sempre lì a fissare un’immagine con gli occhi per poi imprimerla su tela. Sarà che se non ho la penna (per scrivere) e, parimenti, un’area intorno (per muovere il corpo) sto male. Tu?
Si, sto male, malissimo. Ti faccio un esempio accaduto proprio qualche giorno fa a Brooklyn: stavo salendo le scale per riemergere dalla metropolitana quando un ebreo ortodosso qualche gradino più in alto a me, scivola e cade per terra, la kippah rotola sulle scale. La scena che mi sono ritrovato davanti agli occhi da li a qualche istante è stata di una signora afro americana che lo ha aiutato a rialzarsi mentre un asiatico gli porgeva la kippah perduta. CLICK. Quello è stato un momento storico. Mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, non era finzione era una scena meravigliosa che a volte solo la realtà sa regalarci. Non ho fatto in tempo a sfoderare ne la videocamera ne la macchina fotografica. Sono stato male. Malissimo. Ma rimane comunque una scena che i miei occhi hanno registrato, è comunque mia, non posso mostrarla per ora, ma sono gli stimoli esterni a creare storie e immagini, perciò sono sicuro di poterla riutilizzare quando voglio e come voglio.
Cosa significa essere un giovane freelance in Italia?
I giovani vengono presi poco sul serio sul campo professionale, soprattutto quando non hanno alle spalle un’agenzia.
I clienti si aspettano prezzi bassissimi rispetto a quelli di mercato e c’è un divario enorme tra il mercato dei freelance avviati e quelli in fasce.
Per non parlare poi dell’incubo stage, moltissime aziende di grafica, e non solo, cercano di continuo giovani da inserire nella loro crew, ma per lavori non retribuiti.




