Archivio per giugno 2010

La parola all’immagine


Intervista a Christian Bona, giovane videomaker freelance che lavora con le immagini a 360°





Christian Bona

Christian Bona





Spiega cosa fai, in poche righe e cercando di mantenere il nostro interesse vivo.

Sono un MEDIA DESIGNER.
Sostanzialmente COMUNICO e cerco di farlo con tutti i mezzi che ho a disposizione.

In termini di insiemistica potrei dire così: l’insieme MESTIERE che mi riguarda ha a sua volta 5 sottoinsiemi, ovvero
grafica, web design, video musicali, motion grafica e fotografia.



Un solo insieme, ben 5 sottoinsiemi. Lo fai per accaparrare più lavori? Multitasking per sopravvivenza?

Quello che mi ha spinto a spaziare in altri campi creativi è stata una necessità personale di crescita e di linguaggio.
Un po’ come vivere in un paese dove non conosci la lingua, hai la necessità di imparare per comunicare, per me conoscere e lavorare
con diversi sistemi creativi è come conoscere tutte le lingue del mondo, sei sicuro che ovunque tu vada, saprai perfettamente cosa stai dicendo.

Poi con gli anni è arrivata anche la necessità lavorativa, conoscere vari metodi di comunicazione mi apre molte più strade sul mercato e credo che alla velocità a cui corre la società attuale sia un’ evoluzione necessaria per non rimanere indietro.


Nasci grafico, fotografo o cosa?

La prima formazione è da grafico pubblicitario.


Ok. Pensiamo un attimo al pubblicitario che deve inventarsi un pay off per qualcosa di “sbagliato”. Chi ti impacchetta veleno, insomma. Viene sempre da chiedersi come si senta prima di dormire. Da grafico pubblicitario, hai mai avuto di questi problemi?

Lavorare nella pubblicità mi ha tirato fuori l’abilità di comunicare e fare centro, credo che sia uno dei miei punti forza.

Purtroppo sì, mi capitano anche situazioni simili. Lavorare e cercare di vendere un prodotto, compito meschino e difficile. Quand’è così, alla sera prima di dormire cerco di pensare ai miei progetti creativi personali e così dormo sonni tranquilli. Per fortuna mi è capitato anche di lavorare a progetti in cui credevo moltissimo, a pubblicità progresso per istituzioni impegnate nel sociale, questo riporta l’ago della bilancia al centro.


Uno che lavora con le immagini, come sente le parole?

Non riesco mai ad immaginare le arti separatamente. Per questo amo il cinema e gli audiovisivi, perché si hanno a disposizione tutte le possibilità di “toccare” lo spettatore. Questo vale anche per le parole, scritte o meno, sono state fondamentali in ogni progetto a cui ho lavorato. Sento le parole come scelgo i colori, guardo le immagini, come mi faccio trasportare dalla musica e dai suoni. Per me fa tutto parte di un’unica grande tela da riempire.


Ti ho fatto questa domanda perché ho vari amici che lavorano con le immagini e molti hanno questo particolare in comune: NON LEGGONO. Non hanno libri, non ci pensano, non riescono a finirne uno. Tu?

Sì, lo ammetto. Anche io ho questo problema. Questo ci rende un po’ rinchiusi in noi stessi, dentro a un mondo fatto di una sola realtà narrativa, quella delle immagini. Niente di più sbagliato, lo scrittore inventa storie, il regista inventa storie. Sono solamente due modi diversi di comunicare, ma l’uno non DEVE escludere l’altro. Non dimentichiamoci che anche per dirigere un cortometraggio si passa prima dalla penna. Credo che un buon lettore abbia una media di un libro al mese. Io leggo poco, 3/4 libri all’anno e ammetto che uno dei problemi è “non riuscire a finirli” e ho la sensazione che a volte i libri non mi riescano a trasportare come il cinema, il che è normale, ma basterebbe trovare tra le righe, quella musica, quei suoni e quei colori che troviamo quando lavoriamo con le immagini.



Absurdity is what I like most in life, and there’s humor in struggling in ignorance. If you saw a man repeatedly running into a wall until he was a bloody pulp, after a while it would make you laugh because it becomes absurd. La frase l’ha detta David Lynch. Quanto entra l’assurdo nei progetti che hai realizzato o in quelli che hai in mente?

Per fortuna o purtroppo c’è sempre dell’assurdo nei miei processi creativi personali.

Nel mio primo cortometraggio realizzato in collaborazione con l’associazione culturale Sky in Box, il protagonista era un adolescente nato con una scatola di cartone al posto della testa. Insomma, quando non si hanno vincoli di produzione e nessun cliente da accontentare è facile per un creativo “scadere” nell’assurdo, un assurdo che è ben diverso da quello citato dal Maestro Lynch, che ne ha fatto uno stile di vita, non solo narrativo. Ben diverso è invece lavorare con un cliente alle spalle, in quel caso bisogna seguire determinati criteri che purtroppo molto spesso distolgono l’attenzione da quell’ Assurdo per finire nel qualunquismo.



Mi chiedo sempre se un fotografo sta male se, camminando per strada, vede una cosa che muove l’urgenza del clic e magari in quel preciso istante non ha la macchina al collo. Se un pittore starebbe sempre lì a fissare un’immagine con gli occhi per poi imprimerla su tela. Sarà che se non ho la penna (per scrivere) e, parimenti, un’area intorno (per muovere il corpo) sto male. Tu?

Si, sto male, malissimo. Ti faccio un esempio accaduto proprio qualche giorno fa a Brooklyn: stavo salendo le scale per riemergere dalla metropolitana quando un ebreo ortodosso qualche gradino più in alto a me, scivola e cade per terra, la kippah rotola sulle scale. La scena che mi sono ritrovato davanti agli occhi da li a qualche istante è stata di una signora afro americana che lo ha aiutato a rialzarsi mentre un asiatico gli porgeva la kippah perduta. CLICK. Quello è stato un momento storico. Mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, non era finzione era una scena meravigliosa che a volte solo la realtà sa regalarci. Non ho fatto in tempo a sfoderare ne la videocamera ne la macchina fotografica. Sono stato male. Malissimo. Ma rimane comunque una scena che i miei occhi hanno registrato, è comunque mia, non posso mostrarla per ora, ma sono gli stimoli esterni a creare storie e immagini, perciò sono sicuro di poterla riutilizzare quando voglio e come voglio.



Cosa significa essere un giovane freelance in Italia?

I giovani vengono presi poco sul serio sul campo professionale, soprattutto quando non hanno alle spalle un’agenzia.
I clienti si aspettano prezzi bassissimi rispetto a quelli di mercato e c’è un divario enorme tra il mercato dei freelance avviati e quelli in fasce.
Per non parlare poi dell’incubo stage, moltissime aziende di grafica, e non solo, cercano di continuo giovani da inserire nella loro crew, ma per lavori non retribuiti.


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Zittete, se balla


E’ che Roma è così, capito?
Scendi dal treno, allunghi il passo, che ti porta oltre la fermata metro che dovresti prendere.
Allunghi ancora e quando il peso della borsa si fa sentire ti dirigi verso la fermata più vicina al punto in cui sei arrivata.

Ma intanto, di lontano,
una musica elegante e brutale assieme.


Ma che fanno?
Mica staranno ballando il tango a Piazza Vittorio?




E invece sì.

Ballano proprio il tango a Piazza Vittorio.

E i visi sono schiacciati, la maggior parte di loro sta ascoltando l’altra persona con cui balla, sta aderente col viso, fregandosene di te che guardi.
Piazza Vittorio diventa la palestra di ognuno di loro, la palestra o la sala da ballo di sempre.

E tu che stai guardando non esisti.

Splendido. A NY mi è capitato di trovare esattamente l’opposto. Quel mettersi in mostra sempre e comunque.
Ma è proprio così, questi ballano il tango e tu non devi da ruppe er cazzo.


Ma questi ballano il tango per davvero, limortacci

Ma questi ballano il tango per davvero, limortacci



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Fingendo serva a elevarsi


Quale chiesa vuoi che dia
nome e spazio
e giustizia a una donna,
baraccopoli tonda
di passione e insonnia?


Vai a parlare con loro,
mi dicono,
e scopri cosa vogliono.

Vai a parlare con ricordi
e impressioni.


Al confine tra Messico e Stati Uniti
c’è la città più violenta del mondo,
la mia città interna è calma e spietata insieme
lucida e zampillante insieme
è frattagliosa ma confusa mai.


Vai a parlare con le impressioni,
mi dicono,
e dicono bene,

perché ti vedo ancora infatti

a cavalcioni sullo sgabello,
parli alle piante come con gli ospiti,
accendi solo con fiammiferi
e mi dai benzina addosso.


Io ho per dopo
grandi ricordi
in forma di inquisitori
ci provo a parlare con loro,
avanzo mirra incenso oro,
l’unico asilo che ottengo
è un attimo
prima di colazione,


quando ancora non c’è niente
niente ancora

se non cra cra di lucida gazza
zz zzz di suorina vicina
fr frr di gatto malato
fhssss uuu fshuuu di radio sbagliata.


Poi già è inferno di tazzina
tra strapiombo di cuscini e tende
e il tuo dito fantasma che la prende.
Poi è già altri giorni,
pasti e forme di varie arti,
far sesso con altri
fingendo serva a elevarsi.


Elisa Cappelli



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Sul trasmettere l’arte marziale





Zhang Ziyi in "Shi mian mai fu" ("La foresta dei pugnali volanti"), di Zhang Yimou, 2004

Zhang Ziyi in "Shi mian mai fu" ("La foresta dei pugnali volanti"), di Zhang Yimou, 2004





Quando poni le radici per creare qualcosa, inevitabilmente riponi delle aspettative che su quella cosa gravano.
Quando hai studiato con quel maestro, che ti ha portato lungo il percorso e le forme, di quel maestro sarai l’evoluzione o l’involuzione con aggiunta di tuo piglio.

Sembrano ragionamenti logici, così poco taoisti.  O meglio, sono logici, per questo li sento così poco taoisti.

INVECE


Fai crescere una scuola senza riporre ansie da gesto. La tecnica sì, non c’è dubbio, ma non solo quella.
Altrimenti avrai allievi zombies e le lezioni perderanno tempra, non saranno oasi speciali nel corso della giornata, squarci di benessere.
Ovvio che tutto questo rifugge dall’ansia del guadagnarci con l’arte marziale, come spesso accade con le cose pure.
Ma se miri al guadagno o strutturi un sistema di gesti che costringono l’allievo a moduli, anni, graduatorie, mensilità,
le tue lezioni diventeranno un travaglio senza sorriso né leggerezza, poi tutti a casa ad abbuffarsi perché si crede di aver speso sudore e calorie.

Guarda chi hai davanti, guardalo bene e per niente. Tienilo su un piedistallo e sottoterra. E del respiro dagli la bellezza del sentirselo dentro, non questo meccanico in/out.


Poi,
nell’arte marziale, nelle scuole, intendo,
se hai studiato con più maestri già ti guardano storto.
Insomma, quel movimento diventa sporco e tu un agglomerato di erroretti.

Provo sulla mia pelle quanto difficile sia tenere una forma senza inquinarla, con cose tue o derivate, specie da stili esterni.

Ma qui il discorso è più ampio. All’allievo dovrai mostrare perché quel movimento è così.
O meglio, se ti chiedo “Perché non così?” e tu non sai rispondermi, e il tuo silenzio non ha lungimiranza, anzi, lo copri con parole di superbia, è indubbio che abbiamo idee diverse di insegnamento.
Va a finire che ti appelli allora a un’efficacia marziale che non sai dimostrare perché non provi mai le applicazioni, non hai un fisico pronto, il che la dice lunga su quanto marziale sia l’arte per te e quanto effettivamente sapresti misurarti in un momento in cui questo è richiesto.


Dove sarebbe la tua agilità, la tua mente lucida, il tuo vuoto pieno?

Dov’è il tuo gesto che da delicato può farsi letale?

Dove la tua ironia, la tua risata che rovescia?


E, soprattutto, come potresti trasmettere ai tuoi allievi ciò che tu stesso non hai coltivato?


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