MoMA – 1th Floor
Marina Abramovic è lì.
Una sedia e lei bianca, sopra, coi capelli neri, ovunque.
Le persone sono invitate a sedersi sulla sedia vuota che le sta di fronte.
Per completare l’opera e creare una situazione artistica ultimata, unica, determinata.
Il punto, o un possibile punto, è un po’ quello di riflettere sulla distorsione della routine quotidiana (le persone che si siedono, con vestiti ordinari, facce più o meno ordinarie) e lei truccata, in bella figura, con una veste eloquente. Mentre osservo la cosa, mi ritrovo un po’ nervosa.
Una donnina che potrebbe fare qualsiasi mestiere fissa la Abramovic.
E io porto le dita alla bocca e mi ritrovo a mordermi una pellicina. E forse il motivo è un po’ questo:
Ci stano convincendo che ci vogliono i soldi per fare l’arte. Di certo ci vuole il tempo. Per fare spazio. Tempo da avere e non da scavare, da salvare rispetto all’usura del lavoro funzionale al guadagno. Ma non dobbiamo convincerci che è così. Anzi, trovare una cadenza giusta tra quel che ci risponde dentro, le cose su cui risuoniamo, e quello che ci permette di mangiare. Il tutto senza cadere nel facile ozio.
Mi spiego meglio:
Se vivendo scopro che coltivare mele, per dire, piuttosto che non affilare coltelli o lucidare scarpe o correre maratone, in ogni caso ho comunque davanti a me un percorso grande, che è quello del sudore e del perfezionamento, del servizio agli altri in funzione del miglioramento delle condizioni di vita.
Questo lo fa la poesia quanto il miele. Questo lo fanno i poeti quanto gli apicoltori. In pratica, se vivendo scopro che quella meta di vita ha a che fare con l’arte, dovrò lavorare il doppio. Per nobilitare la musa da riverire e vivere in condizioni decenti.
Allora l’arte sarà quella di far bene il proprio lavoro, farlo con caparbia serenità.
Così farà lo scrittore quanto il carpentiere, chi lavora con il video, la mimica, il corpo, i numeri, etc.
Può poi accadere che nelle menti poliedriche affinare una tal cosa consenta di farne sfociare bene anche una seconda.
Ecco allora che il pensiero si allarga e il piacere che possiamo dare al mondo si fa doppio.
Il che ovviamente include una fatica doppia. Una sincerità assoluta verso se stessi, schiacciante, spietata, ironica.
La Abramovic è già da tempo che ci spinge ad abbracciare la morte, stare nudi di fronte a certe cose. Lo dice con un dolore balcanico che le esce dagli occhi grandi e dal naso importante. “Ce l’ha fatta” pensi. Ne è uscita con l’arte e nell’arte rientra per rientrare nel racconto che alla fine è sempre quello che ci incuriosisce tutti, quella roba del respirare e vivere.
P.s.:
All’ultimo piano del museo, ancora la Abramovic, con video, installazioni.
Performers nudi che si guardano, l’uno davanti all’altro e tu ci passi in mezzo. Un video riprende le espressioni del post passaggio. Se le guance delle persone passate nel mezzo sono diventate rosse o no. Se la risatina c’è scappata o meno.




