Archivio per maggio 2010

The art of presence




Marina Abramovic - Artist is present

Marina Abramovic - Artist is present




MoMA – 1th Floor
Marina Abramovic è lì.

Una sedia e lei bianca, sopra, coi capelli neri, ovunque.
Le persone sono invitate a sedersi sulla sedia vuota che le sta di fronte.
Per completare l’opera e creare una situazione artistica ultimata, unica, determinata.
Il punto, o un possibile punto, è un po’ quello di riflettere sulla distorsione della routine quotidiana (le persone che si siedono, con vestiti ordinari, facce più o meno ordinarie) e lei truccata, in bella figura, con una veste eloquente. Mentre osservo la cosa, mi ritrovo un po’ nervosa.
Una donnina che potrebbe fare qualsiasi mestiere fissa la Abramovic.
E io porto le dita alla bocca e mi ritrovo a mordermi una pellicina. E forse il motivo è un po’ questo:

Ci stano convincendo che ci vogliono i soldi per fare l’arte. Di certo ci vuole il tempo. Per fare spazio. Tempo da avere e non da scavare, da salvare rispetto all’usura del lavoro funzionale al guadagno. Ma non dobbiamo convincerci che è così. Anzi, trovare una cadenza giusta tra quel che ci risponde dentro, le cose su cui risuoniamo, e quello che ci permette di mangiare. Il tutto senza cadere nel facile ozio.

Mi spiego meglio:
Se vivendo scopro che coltivare mele, per dire, piuttosto che non affilare coltelli o lucidare scarpe o correre maratone, in ogni caso ho comunque davanti a me un percorso grande, che è quello del sudore e del perfezionamento, del servizio agli altri in funzione del miglioramento delle condizioni di vita.
Questo lo fa la poesia quanto il miele. Questo lo fanno i poeti quanto gli apicoltori. In pratica, se vivendo scopro che quella meta di vita ha a che fare con l’arte, dovrò lavorare il doppio. Per nobilitare la musa da riverire e vivere in condizioni decenti.

Allora l’arte sarà quella di far bene il proprio lavoro, farlo con caparbia serenità.
Così farà lo scrittore quanto il carpentiere, chi lavora con il video, la mimica, il corpo, i numeri, etc.
Può poi accadere che nelle menti poliedriche affinare una tal cosa consenta di farne sfociare bene anche una seconda.
Ecco allora che il pensiero si allarga e il piacere che possiamo dare al mondo si fa doppio.
Il che ovviamente include una fatica doppia. Una sincerità assoluta verso se stessi, schiacciante, spietata, ironica.

La Abramovic è già da tempo che ci spinge ad abbracciare la morte, stare nudi di fronte a certe cose. Lo dice con un dolore balcanico che le esce dagli occhi grandi e dal naso importante. “Ce l’ha fatta” pensi. Ne è uscita con l’arte e nell’arte rientra per rientrare nel racconto che alla fine è sempre quello che ci incuriosisce tutti, quella roba del respirare e vivere.

P.s.:
All’ultimo piano del museo, ancora la Abramovic, con video, installazioni.
Performers nudi che si guardano, l’uno davanti all’altro e tu ci passi in mezzo. Un video riprende le espressioni del post passaggio. Se le guance delle persone passate nel mezzo sono diventate rosse o no. Se la risatina c’è scappata o meno.

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Harlem – Safety zone




Harlem - All that jazz

Harlem - All that jazz





L’insegna Apollo è lo specchietto per allodole.
A ogni bancarella si tradisce la storia dei neri. Giretto turistico dei miei cazzi.
Il caso vuole che risalga dalla fermata della metro abbastanza distante dal cuore sicuro di quelli che girano con macchina fotografica e mappa.
Lì il territorio non è tuo per niente. Te lo fanno capire girandoti intorno come squali, tu cammina, confida nella luce del giorno.
“Sexy lady, can I walk with u for a while?” Tu cammina spedita fino all’itinerario per turisti e arrivata lì passa per una chiesa dove il gospel ti fanno capire che è cosa loro, prima di permetterti di entrare.

A volte guardo i culi grossi di queste donne, sono proprio grossi, si vedono buchi di cellulite grossi come i buchi del lavandino da cui l’acqua va giù.
C’è dentro la cattiveria che le loro bisnonne hanno subito, azzarderei a dire. Mangiano sempre. Mangiano per mandarla via, la cattiveria?

Ad Harlem non vale la pena fare il tour di come si sono emancipati, del bel jazz che hanno creato.
Mi prende a male. Molto a male.
Scrivo, urgenza, arrampicata col blocchetto sulla ferraglia esterna della metro.

Un nero sulla cinquantina mi cattura l’occhio, sta entrando nella metro e si ferma: “What are you writing about? The black experience? What?” Rispondo di getto: “It’s all fake here, dunno what I am supposed to write down.” Lui si accanisce, ma con dolcezza. “Where are u from, lady? Russian, aren’t u?”
“I’m from Italy.”
“Yeah. Italian. So let me tell ya something: you’ve got to make questions, ask me, ask people like me. I mean, if you want to understand. It’s all bullshit all around here. Ask me, then I ask you how it was when you had Mussolini.”
“Got strange feeling. You call it bullshit, for me it is smoke in the eye.
They give you the museum of black history so you cannot smell all around those blood-soaked streets.”
“Yeah, let me tell you. I can bring u in many places, so u can see. I’m from East St. Louis, babe, I can tell you. I can show you…”
(Ha gli occhi sinceri, ma costruisco una minima difesa in forma di bugia, non si sa mai)
“Yes, I got a friend that live near here and…”
“Tell me, he is black?”
“Yes.”
“So he can tell you.” Ora ha gli occhi davvero sinceri, di più, se possibile. E lucidi, un po’.

Allora ci fermiamo a prendere un café e lui mi indica i luoghi e  a me viene da piangere perché lui non sa che mi ha salvato dallo sconforto inspiegabile che a un certo punto mi è preso e non so perché. Ha occhiali da vista che si scuriscono con il sole e un cappellino in testa, è magro.

Ogni parola che mi dice è una nuvola pesante, una stretta di chiappa quando cammini con decisione.

Un amico mi aveva detto di mangiare da Sylvia, un psoto dove servono black food, quello originale, certo, non più con carne tritata insieme alle ossa, ma insomma ci siamo capiti.
La fame mi si è bloccata però. In questi luoghi ci vorrei tornare con un uomo o più di una donna, insomma, non sola. E’ un pensiero che ho già fatto, in altre occasioni, per quanto mi scocci ammetterlo. Ma a volte non andare sola è meglio.
E parlareparlareparlareparlare, parlare con le persone.

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Pensiero


In un qualche aereoporto

In un qualche aereoporto



Da un po’,
quando ti penso,
gli oggetti si rompono.

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La tua annata verrà



A good year

A good year




Avevi pronti i denti da scoprire al mondo e il mondo rideva, l’hai sempre fatto ridere a crepapelle.
Uno non si rende mai conto di quanto è prezioso avere qualcuno che ti faccia ridere.
Avere chi ci fa ridere.
Tu avevi frasette da schiantare al bordo di frasi altrui e quegli occhietti sempre vispi contro cui non si poteva o voleva fare nulla.

Le cose si possono mancare per un attimo.
C’è il presto e il tardi e quei ricordi che ti facevano piangere mentre al volante cercavi di inventare altre risposte possibili e mi dicevi del ritmo e delle roboanti attese.
Ti vedevo dal bordo delle ciglia che avevi la faccia sporca di parole non dette.
Ma tanto non sarebbero comunque riuscite a spiegare, quelle parole, tutta la roba che c’era sotto.
Bastava mi dicessi: “Non è facile.”
Non lo è mai.
Magari ti avrei insegnato a sorridere con gli altri, non solo a farli ridere.

Sulla pancia avevi anche accumuli di parole d’amore non dette, confuse con le solite pornorobe da nulla.
Scommetto che almeno una donna ci aveva provato a entrarti nel cuore e tu chissà cosa le hai detto, quale fesseria per distoglierla. Magari l’avrai portata al Luna Park o le avrai parlato della teoria del caos. E lei sarà rimasta inevitabilmente impressionata dai numeri che certe volte ti fioriscono in bocca come niente fosse.
Scommetto che ne avresti voluto una in grado di ascoltare anche quando non parlavi, scommetto che manco l’hai cercata però. Scommetto che negli ingorghi lunghi qualche volta ti sei chiesto perché. E altre volte avresti voluto non scegliere la via facile.

Magari stamattina ti alzi e ti viene voglia di ridere con gli altri.
Allora, potrai chiamarmi, se ti andrà.

Le cose certe volte sono molto semplici
e le persone che ti amano ti amano lo stesso.

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