Non c’è particolare sorpresa, neppure aspettando il giorno di festa.
L’autobus, al ritorno. Pieno di gente strana, la notte. Perché strane sono le strade.
Eri un’allegria, eri un entusiasmo.
Odore di asciugamani bagnati e lasciati in qualche angolo.
Entrano due gemelli in giacca, uno ha tic, l’altro pure.
Il primo porta in avanti la testa a intervalli regolari, mentre parla.
L’altro fa lo stesso, ma in direzione della destra.
Parlano di quinte di teatro e di presunti appuntamenti dietro a qualche sipario. Sembrano due documentari viventi sul ritmo.
Sei annusata, guardata.
Da qualche parte hai sentito che nell’acqua sono state rilevate delle componenti chimiche simili a quelle dei farmaci.
Queste componenti agiscono disinibendo i farmaci.
Disdetta per quelli che spendono molto in tubetti e simili.
Ma, si chiese per tutto il tempo della turbolenta passeggiata notturna,
di quelli che mai han preso pillole in vita loro, di quelli che ne è?







#1 da junko.ape il 26 maggio 2010 - 17:56
Cita
Poche ore fa stavo in Piazza Gramsci in attesa di un arrivo, oltretutto in ritardo,
seduta sul muretto davanti alla siepe, alla fermata dei bus.
Non c’era nessuna interruzione al brusio di voci che circolavano nell’aria
-figuriamoci, ad una stazione degli autobus-.
Mi è capitato allora di posare gli occhi su di una comitiva
che si stava avvicinando a me in quel momento.
Comitiva unicamente composta da anziani, nessun individuo sotto i sessant’anni certamente.
Signore e signori ben vestiti, distinti, con cappotti e copricapo tutti di un certo stile,
evidentemente di classe.
Raffinate borsette e guanti eleganti, scarpe lucide e brillanti,
occhiali appena posati sulle punte dei nasi da cui partivano sguardi ampi e rassicuranti
-come sono quelli degli uomini e delle donne di età matura- ma anche curiosi e ironici.
Capelli argentati -dati i nobili anni- e portamenti signorili, posture oserei dire illustri,
che lasciavano quasi trapelare modi di procedere aristocratici,
con quei movimenti leggiadri e disinvolti propri di chi è padrone di sé, del suo corpo,
del suo muoversi, del suo atteggiarsi, ma soprattutto della sua anima insigne.
Insomma, dei pregevoli individui molto piacevoli da osservare.
Osservare, appunto.
Tutto quel che si poteva fare di quei signori.
Le parole che si scambiavano risiedevano nelle loro mani.
Comunicavano tra loro con una gestualità su cui i miei occhi si sono incantati,
quasi dimenticando gli arrivi, le partenze.
Le loro dita ballerine muovevano l’aria formando grandi solchi
e piroettavano trascinandosi su e giù, andando prima un poco più a destra
e poi di nuovo giù e infine a sinistra.
Sembrava una danza, quella delle loro braccia.
Vi era una mano le cui dita stavano tutte riunite in alto, unendosi le punte,
tale da sembrare una goccia.
Poi si sono aperte e si è scorto il palmo.
Poi si sono girate ed è apparso il dorso.
Un’altra mano indicava il petto, subito dopo il petto di un altro e di un altro ancora.
Un indice puntava alla tempia, seguito dall’ampia bocca che si apriva e sprigionava una risata
da cui non è uscito alcun suono.
Una donna ha aperto gli occhi alzando le sopracciglia con stupore
e ha formato con le labbra una O grande, sorpresa, meravigliata si direbbe.
Tre signori parlavano tra loro con serietà, forse riflettevano su qualcosa di importante.
Mentre due tra loro si indicavano, il terzo stava a guardare annuendo con una mano sul mento,
come a dire che quel che dicevano quegl’altri fosse tutto giusto.
Questo popolo di muti si faceva beffa, stasera, di noi altri chiacchieroni
e sembrava essere del tutto indifferente al rumore della strada.
Spesso mi succede di guardare a lungo le persone, di fissarle in modo insistente, credo per scoprirne i pensieri remoti, per ricavarne i segreti.
Scolo le parole che mi dicono, le carico di miei significati.
Forse ne traggo quello che io ho bisogno di sentire.
Solo allora sono d’accordo con loro.
Stasera in Piazza Gramsci fissavo insistentemente gli uomini e le donne senza parole,
non traendone nessuna sillaba.
Eppur mi sembrava d’esser d’accordo con loro, su tutto.
Mi sembrava anche che stessero dicendo quel che avevo bisogno di sentire.
Nulla.
Avevo bisogno di sentire il nulla, niente, nessun rumore.
Li ho ammirati così tanto, questi saggi muti.
Li ho ammirati così tanto.
Discretamente, rispettavano il resto, non aggiungendo nulla al già troppo.
E ho visto che c’è un modo per dirsi le cose che è dolce,
un modo per dirsi delicato ma incisivo,
fatto di occhi e gesti.
E mi è sembrato più bello delle parole.
Per un attimo, mia cara, ho voluto essere muta.
#2 da Elx il 27 maggio 2010 - 10:58
Cita
Sembra autoreferenziale, ma giuro che è perché Specchio (www.specchio.ilcannocchiale.it) casualmente ieri è andato a ripescare questo post qui.
http://www.ekalix.eu/2010/02/chi-ha-inventato-i-coriandoli/
Poi un’altra cosa, silenziosamente, da ascoltare:
http://www.youtube.com/watch?v=NY-oQEy1KFU
Badly Drawn Boy – Silent sigh