Archivio per marzo 2010

Penne Erotiche (N. 1: Colette)




"Cheri" (2009) di Stephen Frears - In foto: Michelle Pfeiffer, Rupert Friend

"Cheri" (2009) di Stephen Frears - In foto: Michelle Pfeiffer, Rupert Friend





“E allora?”

“Niente” disse Chéri “ora so quello che volevo sapere.”

Ella arrossì umiliata, e si difese abilmente:
“Che cosa sai? Che la tua bocca mi piace? Povero piccolo. Ne ho baciate di più brutte…Cosa ti prova tutto ciò?
Credi forse che io debba cadere ai tuoi piedi, implorando: Prendimi! Ma tu allora hai conosciuto solo delle giovanette?
Pensare che debba perdere la testa per un bacio…”

Parlando si era calmata e voleva mostrargli il suo sanguefreddo. “Di’, piccolo” insisté piegandosi sopra di lui “credi dunque che sia qualche cosa di raro nei miei ricordi, una bella bocca?”

Gli sorrideva guardandolo dall’alto, sicura di se stessa, ma non sapeva che qualcosa era rimasto sul suo volto, come una specie di leggero turbamento, di attraente dolore e che il suo sorriso assomigliava a quello che ricompare sulle labbra dopo una crisi di pianto.

“Io sono tranquillissima” continuò “quando anche dovessi nuovamente baciarti…quando anche noi…”

Da Chéri
(Edizione Arnoldo Mondadori, 1949, traduzione dal francese di Lina Leva)

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Antinferno




Salò o le centoventi giornate di Sodoma di P. P. Pasolini, Italia 1975

Salò o le centoventi giornate di Sodoma di P. P. Pasolini, Italia 1975





In metro, insomma, scrivevo. Davanti tutti con il cellulare. Un muratore stanco, alto e bellissimo, a mio parere.
Si siede, lo noto, ma incrocio lo sguardo solo prima di scendere.
Me ne accorgo alla fine, che somiglia a Yul Brinner con i capelli.
Mi guarda mentre mi alzo: “Hai scritto anche di quanto è bella Roma?
Sorrido. “Una dovrebbe star lì a scriverlo sempre.
Esco e sorrido.
Penso ai risultati delle elezioni, all’Italia in sé, all’immondizia,
a quei due che stamattin si sono salutate col saluto fascista e
a quelle che parlavano di smalto e darla via, pure al politico, se serve.
Provo a sorridere lo stesso. A rendere utile questa rabbia.

Con una cosa come la scrittura e il corpo. Ma sono i miei unici mezzi.

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Non ho niente contro le rumene è che ci rubano il lavoro




Irena (Ksenia Rappoport) - "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore

Irena (Ksenia Rappoport) - "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore





Lei sul tavolo ha apparecchiato un maxi tovagliolo di carta.
Sotto tiene le ginocchia unite, che si toccano.
Ha qualcosa che riesce a far sembrare elegante il bicchierino di carta dentro cui c’è il caffè fumante.
C’è una specie di eco diffuso, è Let’s dance di David Bowie, ma non si riconosce facilmente, è un suono ovattato, potrebbe benissimo sembrare una canzone di Elvis.
Lei, col piedino, discreta, batte il tempo contro il pavimento.
Non di certo quello della canzone, è un altro tempo, vai a capire quale.
Forse, visto che è stata sbattuta tutta la notte da 6 uomini diversi,
forse batte il controtempo dell’amore. Batte euro e sudore.

Qualcuno, non molto tempo fa, mi raccontava di una tipa che si era fatta sbattere per 4 ore.
Senza battere ciglio, anzi, dicono che intanto si limasse le unghie.
Ora, sembran proprio quelle cose che si dicono per dire, no? Però, pensiamoci un attimo.
4 ore filate. Vuol dire che finisci come dopo i tappetini molleggiati dei luna park.
C’è da capire quanti ti sono venuti dentro e quante volte. Magari 4 ore, un solo uomo (cui vanno i nostri omaggi).
C’è solo da capire se alterni fori o ci vai dritta di un buon star sotto per sano tempo continuativo.

Lei si pulisce gli angoli della bocca con dovizia. Sono le due, gli altri attorno pranzano, lei smollica il cornetto.
Forse ripieno, forse no. Lo zuccherino glassato sul dorso del cornetto, esteticissimo.
Quando si accorge che la guardi, si mette a fissare gli oggetti. O a smollicare il cornetto.
Forse ripieno, forse no.


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AddoloRete


St. Andrew Cross Spider

St. Andrew Cross Spider



Certe volte vien da fare come una specie di torera di nuvole, matadora di sogni.
Mi hai fatto tanto male, mi hai fatto male proprio dentro alla pelle, dermamale, mi hai fatto.
Certe volte ci vuole di guardare due innamorati che parlano sottovoce anche se nulla lo imporrebbe.
Di bere una tisana e l’amarezza lasciarla sul fondo.
Certi umani confondono il bisogno di amore con altro.

Io ti assolvo per tutto il dolore che altri ti hanno dato, io ti assolvo per come non mi hai mai parlato del tuo grande amore. Io assolvo tutti da tutti i grandi amori. Io non te ne voglio per il fatto che hai sfiancato me, visto il veleno che ti fu, a suo tempo, sputato addosso.
Quello che posso fare è solo rendere l’amore omeopatico, con il male curare il male.
Quello che posso fare, realisticamente, è non smettere di credere che, quando qualcuno di valido ti chiede “fammi entrare”, forse un varco vale la pena lasciarlo certe volte. Chiusa come una Venere da tortura, quella fine spero di non farla mai, come una custodia con spunzoni e sangue e occhi appesi. Gli occhi cavati e le catene del “continuiamo a farci male visto che tutti siamo stati feriti.”
Io ti assolvo per il dolore grande. Lo sento proprio sotto all’aorta, vicino alla vena porta.
Fuori c’è una lucina di aereo che vola.

A quante cose ho creduto, divinità mie, a quante.
Innumerevoli. Erano tutte parole dette con leggerezza, senza aderenza, con disperazione, talvolta, intento salvifico ed egoista.
Non voglio credere che la vita sia un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno e in mezzo sesso, aperitivi, divani, preservativi, età, soldi, spostamenti, vibratori, cadute, tumori.
Non posso crederlo.

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