Archivio per febbraio 2010

Quando si amavano





Prima che arrivasse tutta quella pioggia

Prima che arrivasse tutta quella pioggia




Quando la amava, lei era caustica, brillavano e fumavano le luci, impazzivano gli animali.
Quando la amava i chilometri erano segmenti e le parole valevano qualcosa.
Quando mi amavi, valevano qualcosa.
La carta era pregiata e la crisi che ha investito l’occidente, la crisi era lontana. Forse lontana.

Cantavano in macchina, mangiavano sushi in tre bocconi e facevano l’amore in mille case.
Quando la amava, lei era il punto cui tornare, l’azzurro per affondarci lo spirito e la carne per affossarci le mani.
Quando la amava, c’erano muscoli allungati per tutte e due le anime, il letto era un satellite e le schiene curve perfette.
Ora i tatuaggi sono sgeni per pazzi, la luna sempre quella- però che bella temeraria- e la neve riempie tutto, gela dita e pellicine.
Ora c’è un regalo che nemmeno hai guardato.
Del cioccolato fondente ancora intatto nel frigo; quasi per prendersi una specie di rivincita.

Quando la amava, era un lumicino caldo coperto dall’amore per l’amore e senza rimpianto.
Potenza e non potere.
Un gatto d’amianto che insegue chimere.

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Tantissimiamanti





Corto Maltese

Corto Maltese




Senza un dato attimo e un dato spazio.
Con gli stivali flosci sei venuto davanti al portone, a dire: “Smetti. Di farti del male.”
Mi hai ascoltato davanti al camino, come si fa con i pazzi. Brevi domande e un po’ banali, di tanto in tanto.
Hai detto: “Tu sei una pianta che cresce. Ti affaccerai alla memoria di tantissimi amanti, tantissimiamantitantissimiamanti.

Ci siamo detti che non c’era alcuna cosa da insegnare, alcuna cosa da imparare.
Avevo le mie teorie sulle erbe, sulle stagioni.
“Dovrai smetterla con questa cosa dell’inverno che ti infastidisce.”
“Ma è così, dannazione-
dicevo- l’inverno riposa male su me e io su lui.”

Allora hai sbuffato forte, che il ciuffo castano è venuto su tutto.
Ed eri bello come una luna di cui non si può dire la provenienza.
Una forza bella di una luna che gli umani non hanno visto mai.
Una luna cacciatrice e fraudolenta, ma solo in apparenza.
Invece tu eri vero come un polso che si slancia sul foglio bianco.
Sei stato vero fino in fondo, anche mentre io andavo alla deriva.

Hai sbuffato forte e detto più niente, se non: “Alla cena ci penso io, tu lascia stare.”
Sei apparso mentre ero in un libro.
Con due ciotole grezze e dentro della roba fumante. Le hai disposte sul tavolo in legno scuro.
Hai girato i piedi con classe e dallo scaffale hai preso due bicchieracci di vetro scheggiato.
Una bottiglia con la polvere sul corpo.
Un vino rosso denso denso.
Anche questo d’ora in poi sarà un po’ il tuo inverno.”
Hai incrociato le gambe a fiore di loto e strizzato gli occhi come in un sorriso di palpebre.
Buon appetito, creatura di primavera.”, mentre il cucchiaio stava già vicino alle labbra.


Belle labbra, lunghe, decise. Fatte di fango, notte e vita.

Belle labbra, folli, non troppo carnose. Pestate dall’indole sotto sotto sensibile. Trionfanti e pieguzzate.

Belle labbra. Sorridevi poco, ma andava bene così.


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Per esempio, l’acqua



Doisneau_-_Musician_in_rain_

Doisneau_-_Musician_in_rain_




Ad esempio, l’acqua.


Lui ci aveva perso dentro un fratellino. Non se ne era accorto nessuno. Il piccoletto era rimasto impigliato sotto. E glu glu.


Lei apriva appena il rubinetto da quando la mamma le aveva detto che l’acqua che si beve noi è la stessa che bevono in Africa, se ne beviamo solo noi a loro non resta nulla.,
allora lei aveva immaginato tutta una serie di tubature che partivano da casa sua e arrivavano dritte dritte a uno di quei bambini con le mosche in bocca e la pancia gonfia.


E loro nel mezzo del mare e nel mezzo della notte.
“Guarda che io me lo tolgo eh?”
“Seeee”
“Non ci credi?”
Poi se lo ritrova vicino a premerle contro tutta la voglia.


E lei a stringersi nel maglione viola, congelata e melanconica, con i capelli che vanno ovunque.
Il colore le ricorda gli occhi di lei, che mangiava solo noci e nocciole al mattino, beveva solo un orzetto modesto e le si spalmava addosso come la cosa più bella del mondo. .


Ad esempio loro che correvano sotto la pioggia e il primo bacio mentre l’odore di cane era forte, fortissimo.
E si sono sentiti sciogliere. Poi si sono persi nel tempo, per colpa e grazie alla vita che va avanti da sola.


“Berlino è la stessa senza di me?”
“Sì.”
“Ma non ci siamo noi.”  dice lui, mentre giocherella con il tagliacarte. I bambini in salotto non smettono di fare rumore.
Stacca un attimo la cornetta: “La piantateeee?” riprende la cornetta “Scusami, dicevamo?”
“Che lì c’è la tua vita.”
“Smettila.”
“Che ti ha preparato tua moglie per cena? Arrosto?”
“Ho detto smettila.”
“Fa freddo qui a Berlino, un capolavoro di freddo.”
“Eh, so che non ti piace, ma devi coprirti fintanto che sei lì mi sa.” ridacchia mentre si scioglie la cravatta.
“Smetti tu di dirmi cosa devo o non devo fare.”
Lui sospira.
“Non rivoltarti come una iena adesso.”
“Le iene ridono. Tu mi hai fatto dimenticare come si fa.”
Un tesoro è pronto l’arrosto e patate, venite ragazziiiiii monta sulla telefonata come un mezzo pesante che si ribalta.
Non bere vino. O ti verrà la pancia. Bevi acqua. Solo acqua.”

Clic.


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Un grande cielo tatuato


Miei piedi contro suo cielo

Miei piedi contro suo cielo



Una lacrima che scende molto piano. Il silenzio di chi ti ha rubato un rubino in silenzio di notte e tu, sveglia all’alba, non sei preda di allucinazioni buie, semplicemente non vedi più quel rifulgere di pietra preziosa che ti scaldava l’anima. Una lacrima che scende pianissimo. Il silenzio di chi si muove sulla spiaggia al buio e ti ruba la zattera. Resti sull’isola a guardare la pinna degli squali che sembra anche il loro dente e forse anche il tuo. Resti lì con un vecchio cappello che puzza di sogni e un frutto esotico che non puoi mangiare.

La tua anima se ne è andata una notte, si è tolta dalla mia. Avevamo lasciato le finestre aperte perché faceva caldo e il sonno è arrivato che avevamo ancora la radio accesa, sintonizzata su un programmetto di musica da camera.
La tua anima se n’è andata dalla mia e quando me ne sono accorta il mio corpo ha smesso di sudare e quindi ha iniziato a star male e le lenzuola sono diventate sabbie mobili.
Ma ho fatto finta.
Ho fatto finta di riaddormentarmi, ho fatto finta di svegliarmi, ho fatto finta.
Ho fatto finta di truccarmi, anzi no, prima la doccia.
Masticando lentamente quasi sentivo la lama nel cuore, proprio dentro al mio corpo ancora preda del tuo addio o dell’addio della tua ombra, mettila come ti pare.
Come una sensazione di pelle bruciata dal sole rovente d’estate gli sguardi degli altri.
Mi piglia un malessere nella metro e mi soccorre un uomo con la faccia da pesce e le manone. Mi dice: “Lei non dovrebbe amare più così tanto, signorina.” Gli prendo le faccia da pesce tra le mie mani, mi avvicino in modo che possa sentire il mio alito che sa di ribes, gli dico: “Senti, vai a boccheggiare altrove.”
“Lo dicevo per lei.”
“Lo dica pure per me, ma non lo dica a me. Non a me.”
“Non capisco.” Gli occhi gli si bloccano e prende a spalancare la bocca tantissimo e a chiuderla di botto. Mpah mpah gli faceva la bocca. Dovevo averlo offeso.
Allora sono uscita appena si sono aperte le porte della metro, senza capire quale fosse la fermata.

Risalendo mi sono affacciata su una grande piazza che mi pareva di conoscere.

Era la piazza dove mi hai preso la mano per la prima volta, dove ti ho stretto tantissimo, dove è avvenuta la fusione. La  piazza dei ciondoli, delle unghie, delle ossa, dei fantasmi passati. Una piazza gremita di cose nere e bianche, cose tonde poi allungate, forme strane, bizzarre. La piazza delle stanze in cui abbiamo scopato, piena dei letti e dei pavimenti su cui abbiamo scopato. Era la piazza degli guardi accumulati nelle stazioni, la piazza di tutte le cose che abbiamo mangiato, non digerite e ruminate, ma ancora intatte e servite su scodelle di legno e piatti d’argento. C’era un gran da fare in quella piazza. Tante persone pronte ad applaudire un amore che ha saputo raggiungere certi abissi, sprofondare oltre certe vette.
Una cosa grande.
Un quadro fiammingo pieno di faccette rarefatte di animali.
Una scultura che risponde ai canoni classici e si inchina, fa l’occhietto quando ci passi davanti.

Ho preso una grande busta come quelle in cui si mettono le radiografie e ci ho messo dentro un capello, un plettro, un goccio di vino rosso, un lucidalabbra, una matita nera. Ho slinguazzato la busta con un fare sensuale. E’ pronta per diventare materiale da brace. Utile spasso da caminetto.

Una cosa grande. Un amore che somiglia a quei treni che devono ancora inventare. Quelli che vanno sottacqua e puoi appiccicarti al finestrino per fare le smorfie al mostro di Loch Ness. Lui risponderà con una grande codata che alzerà i binari per portare ogni vagone su una nuvola diversa.

Ho baciato un dolore e si è trasformato in una specie di fiocco di neve che si autoriproduce sempre, una specie di atomo divisibilissimo, una specie di falange che stuzzica la ferita a oltranza. La cura che diventa altro.

Una cosa grande. Offrirsi da bere con lo sfregio dei cretini impavidi che si conoscono appena, no, pensaci, non sarebbe gratificante. Nemmeno farsi piedino sotto il tavolo perché io non ho più i piedi. Si sono trasformati in spugne e ci cammino sul filo dell’acqua e ci vado di tanto in tanto a Itaca a vedere come se la cava Ulisse, se stare a casa gli è venuto a noia. Poi ci flirto, ma davanti alla grandezza di Penelope mi arrendo e me ne vado. Seguo altre rotte, vado verso la schiuma di tutti i mari e rinasco lì.

Ecco, un amore che somiglia a un grande cielo.
Un grande cielo tatuato di quella bellezza che ti fa mettere le mani in bocca, ti fa rientrare le ginocchia, ti svezza il respiro, ti sgozza il diaframma, ti amplifica gli occhi, apre e chiude sbocchi.

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