Archivio per febbraio 2010

Lei divarica / Lui entra



Lilith

Lilith




Tutti sanno che lo scagliò giù, nel fondo conico, all’apice del peccato, dove la terra, da umida, diventa bollente, poi umida di nuovo.
Tutti sanno che il calcio glielo assestò bene, ma bene. Non ci fu niente di angelico, imparziale, delicato, luminoso in quel gesto.
Fu tutto sconnesso e in tempi orrendi, terribili. Secondo un ritmo unico, scandito dallo sprofondare.

Quello che non sanno è chè lì trovò la regina dei sensi tutti, con gli occhi di fiamma e ghiaccio.
Zittì i mostri che se lo volevano leccare per bene. Gli freddò la fronte passandoci sopra la mano affusolata.
“Principe, mio principe, ti aspettavo.
Il diavolo era provato, disgustato. Si passava la lingua sui denti affilati e bestemmiava senza sosta.
Mio principe.” ripeteva, strofinandogli la testa contro la spalla, come la micia peggiore.
Posò gli occhi su questa demone femmina mozzafiato, la prese per i capelli. La guardò.
Non smetteva di bestemmiare. Poi si zittì di colpo.
Lei rimase immobile, con le spalle contratte.

Si guardarono per un attimo come cielo e mare prima della tempesta.

Poi lui le passò l’indice affilato sotto il mento e lei si eccitò all’istante.
Divaricò le gambe. Lui entrò subito, senza staccarle gli occhi di dosso.


Così si generò tutto.
Tutto quello che di interessante ci sarebbe poi stato nella vita degli esseri umani, per intenderci.

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L’era dei bambini indaco


St Exupery - Le Petit Prince

St Exupery - Le Petit Prince


Debole e viva come a un certo punto gli spiriti che vanno via.
Contingente e schifosamente storica come tutti, d’altra parte.
Prendi il sacco e  vuotalo e torna da me con le mani che sanno di acqua santa, ma va benissimo anche l’odore di sesso.
Alcune persone fluttuano nel mondo sapendo l’importanza delle piante, della trasgressione con rispetto, della carta igienica, ci deve essere, la carta igienica.

Al momento sento perdizione e piccole scatolette usate del sé.
Ma se mi tocchi bene la mano capisci che’l foco ce l’abbiamo dentro, alcuni di noi ce l’hanno dentro.
Al momento ti sento che parli di là, dall’altra stanza, parli di politica e fisiologici sviluppi.
Giustamente ti accendi una sigaretta.
Al momento ci sono queste persone che non stanno in due sedili del bus, persone molto ma molto grasse, con problemi respiratori e di circolazione. Al momento c’è l’amore che ingabbia e, dicono, esiste anche la realtà dei bimbi iperattivi. A me piacerebbe incontrarne uno indaco.

Adesso stai un attimo da sola e capisci quanti pori tuoi appartengono a un’altra persona e quanti a te stessa e quanti a un pianeta, quello da cui vieni.
Adesso ascolta gli antenati, che parlano da sottoterra. Non abbassare mai gli occhi o il loro sguardo ti risucchierà.
Adesso vai dal tuo consaguigno illuso e digli chiaramente che sta essendo sfruttato, non amato e che sarebbe una persona migliore se solo non avesse così fottutamente bisogno dell’approvazione, degli altri, se solo riuscisse a stare solo.

Un bacio da lontano al bambino geniale, ogni bambino geniale. Salvateci.

Adesso vado da mio nonno che è morto e gli chiedo se lì ancora ci sono i balilla, i quadernini di cuoio, il saluto fascista, il caffè al mattino con i Mulino Bianco quelli un po’ al cioccolato un po’ no. Gli chiedo ancora se possiamo mettere indietro quel rintocco malsano dell’orologio che verticalizzava la stanza piena di odore di legno.


Tutto è corpo, perché con corpo si intende anche l’invisibile agli occhi.

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Coma una replicante



Blade Runner - Hauer

Blade Runner - Hauer


Osservare tutto come una cazzo di replicante.

In metro, lui ha sopra la sua ragazza e insieme ridevono e lei gli stringe la sciarpa: “Dimmelo, avanti!“  e lui guarda per aria e quando torna con il naso contro il pavimento è per risalire di nuovo con lo sguardo e baciarla. Continuano  giocare come due cuccioli, lui gli dà bottarelle contro il ginocchio, che è sopra al suo stesso ginocchio.
Stanno provando i riflessi.

Allo specchio quelle rughe sembrano il preludio di un disastro bellissimo. Si scatta una foto, come a dire: “Avanti, invecchia, se hai coraggio!”
Prova di riflesso.

La prende per le braccia e la porta sulla giostra. Lui intanto si accende una sigaretta e sbircia gli occhi di una mamma dai riflessi sbrilluccicosi dei vetrini sui cavalli che ruotano e ogni tanto passa quello con sua figlia sopra. Riflessioni, questioni di appeal.

Tante piccole morti si consumano sul fondo del cuore che a lasciarle scorrere sembrano quasi fare spazio ad altri piccoli spazi, a lunghe filastrocche in forma di tandem, di cuore, di abbracci, di niente. Assolutamente un bel niente.
C’è un grosso buco sulla fronte che indica il terzo occhio o la fine.
Il grosso buco si spalanca sul niente. Assolutamente un bel niente.
Dentro non c’è cranio, non c’è cervello, non c’è niente.
Dentro io ci sono quasi, ho questa pelle da masticare e rose rosse da regalare alla mia anima consumata dai libretti delle istruzioni.
Non ne ho mai letto uno fino in fondo, di libretto delle istruzioni.
Domattina, svegliandomi, sarà come sentirsi una replicante.
Eliminerò con la lingua le cose che non vanno e farò piazza pulita dei finti amici. Che posso dire.
Giornate interessanti in vista.
Guardale con me, guardiamole insieme, cosa strana che mi comandi e mi appartieni.
Una roba fatta di parole e che fa parole.
Come un liquido in eccesso o quel che succede alle pile quando stanno dentro un contenitore o un oggetto per troppo tempo.


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Come la Licia







Licia Maglietta - Delirio Amoroso - Foto Cesare Accetta

Licia Maglietta - Delirio Amoroso - Foto Cesare Accetta







Una donna tosta e ben fatta, Licia Maglietta.
Ha la vaga attenzione mascherata (sotto c’è un pungiglione attillato e organi ricettivi pazzeschi) degli attori bravi,
quella che la si sfoggia in certe occasioni che hanno a che fare con il non teatro, ovvero la vita, gli scambi di parole con più e meno sconosciuti.

Gira per Roma e a Roma, al Teatro Valle, sta portando anche Delirio Amoroso, proiezione del film che è la “registrazione” artistica (diretta da lei e Soldini) dello spettacolo che Licia Maglietta ha portato in scena qualche tempo fa.

C’è la Merini dentro, pace all’anima sua.

Insomma, con la semplicità di una maga distratta.
Insomma, con l’onestà intellettuale di un’amica addolorata dalla sparizione del corpo fisico.
Insomma, Licia ti parla della Merini.

Te ne parla in senso colloquiale.

Dice che c’era Bossi al funerale della Merini.

Funerali di Stato, da uno stato che dell’arte fa i funerali ogni giorno, parole vere, le prime che sento così da un’artista.
Ero arrabbiata quando è morta la Merini, nessuno dei presupposti artisti, da nessuna arte, stava dicendo questa cosa.
Dell’averla lasciata senza un euro vaffanculo senza riscaldamento. Premetto che io di nomi di poetesse italiane ne sparerei molti altri prima della Merini, ma questo non toglie che una forma d’invasamento lei lo aveva. E spesso sto lì a pensare che sarebbe accaduto ai suoi versi se tutta quell’energia creativa (sia in senso materno che letterario), tutta quella rabbia per l’arbitrarietà che ti viene tolta, se sei, ups, pazza. Se tutto questo fosse stato declinato nel senso dello stupore, della carne vissuta.
Comunque.

C’era Bossi e dice che Bossi ha dichiarato alla stampa quanto profondamente la Alda fosse amica della Lega.
E Licia si sente male. Io pure ho una specie di reflusso gastrico preoccupante in quell’istante.
Al funerale, c’è un cordicciolo oltre il quale possono passare solo i potenti di questo Stato.
E la Licia non la fanno passare.
C’è uno al telefono a fianco a lei che, durante il funerale, cerca di far editare i foglietti che l’Alda gli aveva scritto (era generosa, dice la Licia).

Licia è stata brava in quello spettacolo.
Mettere in scena la pazzia è quanto di più vicino al rischio banalità in ambito teatrale.
Ti tocca far finta di avere dentro un mondo cui DEVI fortissimamente devi rispondere, un mondo con sue dinamiche interne,
un  mondo che si appende a parole e robe troppo grandi che a pensarle ti viene da fissare il vuoto.
Ci sono sigarette che devi tenere in un certo modo e ballettini da improvvisare su una qualche canzone di Celentano.

Licia è stata intima, come si dice di due amici, che sono intimi.
Licia è intima con gli spettatori, con se stessa, perché non sta lì a FARE L’ATTRICE.
Sta lì a entrare dentro, anche a scavarsi dentro, pare. Barava a riallacciare versi, intessere il monologo, spuntare le troppe ambulanze in favore del troppo amore.
Licia è intima anche mentre si sistema le tette e parla degli inguini e degli occhi dei poeti.

Allora forse se nessuno ha sputato questa cosa della povertà cui era stata relegata, che è sintomo dello stato di salute della poesia in Italia, allora mi viene di pensare che magari era perché i veri intimi stavano soffrendo troppo, nel mentre.
Prima di risbucare fuori, come nel caso di Licia.
Con gli occhi grandi e le sopracciglia alla Ardant.
Con le braccia spaventosamente femminili e la presenza ginecatartica.
E fortuna che ci sono. Così ce ne parlano in modo intimo.
Come la Licia.



Delirio amoroso

un monologo di Licia Maglietta su testi di Alda Merini
costume
Katia Manzi
luci
Pasquale Mari
suono
Daghi Rondanini
direzione tecnica
Lello Becchimanzi


una produzione Teatri Uniti a cura di Angelo Curti


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TEATRI UNITI
LICIA MAGLIETTA

SPETTACOLI
16.21 febbraio MANCA SOLO LA DOMENICA

FILM
17 febbraio DELIRIO AMOROSO

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