Archivio per febbraio 2010

Una rosa di venti




Stia con noi, qui con noi

Stia con noi, qui con noi



C’è vento stamattina.
Loro sono di là che suonano ognuno i propri strumenti.
Non stanno in cerchio, sono sparsi, chi sul divano, chi sul lampadario, chi sui fornelli.
Hanno forme non umane e sono ricordi. Da qui arriva qualche nota stridente, altre armoniche.

C’è vento stamattina.
Un vento che la signora cuoca che lavora dalle suore è dovuta uscire con il golfino per andare a buttare la spazzatura di rifiuti organici. Li stava per buttare nella plastica. Deve essere stanca.
Sbraccio dalla finestra, però, perché la signora stanca ha una gran faccia da donna che ascolta e si prende cura.
“Signora, sono qui con i ricordi che mi strimpellano! Signora, mi vede?
Signora salga un attimo, mi spieghi cosa si fa con i ricordi che ci danno di contrabbasso e violino in contesa con l’archetto.
Che si fa?”
Non mi vede, rientra.
“Mamma mia che freddo sorella!” avrà di certo detto a una suora, appena entrata, scrollandosi Eolo dalle spalle.


Allora sono andata in sala, con fare solenne e passo felpato.
“Devo congedarvi, signori, signore.”
Hanno preso a suonare più forte. Si è anche spaccata una finestra, dannato vetro friabile e inutile.
Mi sono messa in ginocchio perché non ci credevo.
I pezzi di vetro si sono incromati e ricomposti, riassemblati insieme come sferette di mercurio che non possono stare lontane.
Con un salto aereo spontaneo si sono fatti una cosa sola, grande e circolare.
Un rosone dai colori pazzeschi.
Il rosone si è piazzato lì, proprio dove era la vetrata che dava sul terrazzino.
C’era narrata una storia dentro, come un arazzo di Bayeux, l’arazzo della regina Matilde.
Ho potuto vederla per qualche momento e mi ha rivelato futuro denso.
Poi l’ho spaccata io di mio pugno. Meglio vivere che spiare.


Vado a parlare con gli animali, occhi sparsi al vario, alle cose che ancora non hanno nome.
Vado a parlare con piccoli pezzi di prato che mi riportano a un verde conosciuto e abissale, dentro me.
Mi aspettano pranzi con donne degne del tratto di Fellini e uomini degni di racconti su quelle stesse donne, su amici che hanno tradito e su volti che hanno mentito o provato a ingannare. Ci saranno anche uomini che sono stati fermi su un’isola per molti anni.
Ancora diranno che è sembrato loro un attimo.
Anche donne di una classe mostruosa e di una gentilezza potente.


“Antartide, Cuba, Brasile, Norvegia.” dirò, al cameriere.
“Bene, signorina. Cottura?”
“Media.”
“Scelta posti?”
“Qualsiasi.”
E porterà, uno per uno, quattro piatti. Li aprirà sotto ai miei occhi, togliendo il coperchio con fare galante.
Ciascuno con due biglietti, di andata e ritorno. La cottura indicava la classe e i posti i sedili, ovviamente.
Poi mi alzo e invito alle danze la mitica indiana che racconta le storie con il viso e il corpo anche.
Quando lei finisce (in realtà non finisce mai),
tutti i commensali si mettono a meditare, tranne le donne grasse che vorranno preparare un tiramisù.

Chi vuole celebrerà il movimento nelle forme che sa.


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Ora basta


Alicia Silverstone - Cryin' (Aerosmith)

Alicia Silverstone - Cryin' (Aerosmith)



Vale la pena ribadirlo
a coloro che “MA COoooOOOooooOOooMEeeeeEeeeEeeeeE??? TUuuuUuuUU??? NON CONOSCI De Andréeeeeeee???”

Basta!
Basta chiederlo con quelle facce da impagliati inebetiti.

In quella fase storica ascoltavo senza soluzione di continuità:

- Led Zeppelin
– Jimi Hendrix
– Janis Joplin
– The Cult
– The Who
– Aerosmith


A passi lenti, mi avvicino in autonomia al “vostro” poeta.

Nel frattempo, non rompete il cazzo. Grazie.


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Canone in verso



Anche senza dire

Anche senza dire




Un canto poetico ogni volta che uno ricorda, è un canto poetico ogni volta che uno ricorda.
Ho raccolto tutti i messaggi minatori e le cose senza senso né effetto e il sangue versato dalle dita, le note basse, quelle troppo alte, gli interpreti, i ruoli.

Piove sul latte versato. Piango sul bagnato. Tanti giorni che piango sul bagnato. Con il risultato che ormai le guance sono sponde e le prime rughe dighe.
Il gatto bofonchia, respira a fatica. Provo a spiegargli cose che non voglio capire perché sono ostinata. Dice che è meglio andarsene senza troppi falsi allarmi.

A passo di danza entrano tanti demoniucci nel teatro microscopico che è la pupilla. Due pupille, due teatri.

Il gatto inghiotte saliva e ha bisogno di bere. Continuamente.
Penso spesso agli anni di Cristo, che era un figo reale, perlomeno nella fiaba della Bibbia.
Abbiamo tutti un tempo moderato per considerare l’immortalità.

Al mattino, trionfo di suoni. Ho chiesto al Sole:Non c’è più nessuno a dirigere l’opera?”
(Una domanda che mi faccio da quando gli uomini, stolti che siamo, han rinunciato alle divinità e messo ala bando il baratto)
Insomma, chiedevo: “Non c’è più nessuno a dirigere?”
Lui ha indicato una bacchetta spezzata dentro a una pozzanghera e sopra una specie di Narciso puzzolente a specchiarcisi disperato.

In realtà non era un Narciso, ma una delle persone che stanno rattufate nel plaid sporchissimo e chiedono l’elemosina con la mano che trema a Termini.


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Imparare dai pagliacci



Gallery of the Absurd.com

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Hai preso bellezza e forza da falsi madri e padri. Rinnova il giuramento alla vita appena puoi, annusando un fiore o quello che ti pare.
Televisione e divano e cibo spazzatura ti han reso flaccido e in attesa di squallide toccatine.
Cazzate sul punto G e creme di asparagi rafferme e tanga che non potresti permetterti ti hanno lobotomizzata.
Stai seduto su una panca e tira su gli addominali quando meno me lo aspetto.
Stai con le gambe schiacciate a ranocchia contro il pavimento e rivomita acido lattico dal cuoio capelluto.
Con uno straccio sfregate una qualche superficie poi passateci sopra l’alito e sentitevi un attimo come se foste in piena infanzia.


Smettetela di comportarvi come se non aveste mai visto un clown in vita vostra.
Imparate da loro, invece.

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