Archivio per gennaio 2010

Domanda dolce

Vieni. Ho detto vieni.
Il mio è un richiamo amoroso
e dunque non c’è tappo al timpano,
tappo al timpano non ce n’è.
Vieni. Ho detto ammaliante
davanti al tronco pieno di iniziali,
vieni, lo dico di notte,
con le mani a preghiera
e le lenzuola in mezzo.
Vieni. Ho detto fuorviante.
Ho detto brindando
contro la mia spalla,
poggiando il calice sulla clavicola,
l’ho detto come minaccia e assoluzione,
con le braccia aderenti al petto,
incrociate come una carta di spade.
Ho detto vieni.
Lo dico ululando all’alba,
lo dico pensandoti le labbra.
Ho detto
e non si può resistere,
non c’è niente che ti tenga immobile,
tutto spinge all’azione,
non lo sto chiedendo a te
essere umano che fiotta,
sperma, beve, mangia.
Lo chiedo al fottìo di stelle
che cambiano rotta
lo chiedo allo zodiaco,
agli astronomi,
al calendario,
al frate,
alla pulla nell’orto,
al cotechino da scotennare,
alle erbe da terapia,
agli infusi.
Agli avi di antica memoria.
Davanti a loro mi inginocchio e
dimando se vedono
quanto bene le labbra aderiscono,
quanto amore si farebbe
mentre gli alberi rinnovano il colore.
Tu per il mare di folla,
io sirena metropolitana.
Sotto la Luna io ballo
il mio pensiero languido,
lo ballo da sola,
con trasporto.
Il mio walzer triste,
la mia domanda dolce.

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Non s’alza

Vorrei aiutarti ma non so come si fa
metto le dita in bocca
e c’ho paura pure della pioggia
che invece fa bene ai campi
e sono una mula e so che non sto cercando,
non sto cercando davvero.
Vorrei aiutarti ma la busta della spesa
è troppo pesa,
vorrei aiutarti ma il pc è rotto
e mi pare scoppi anche la testa
se di testa si può parlare
e non di croce,
non Benedetto,
non Amen,
non Spirito Santo, ‘na botta e via,
tutti happy e così sia.

Concima

Pensi di mandarla via
e pensi di mandarla via
con una botta di sole,
un ingrediente segreto
che non ha i nomi del Disastro.
Tu pensi di averne abbastanza e
pensi che l’Equilibrio sia privo di Delirio.
Tu pensi che
se raggiungi quelle cima,
poi vedi tutto dall’alto.

Invece io l’immagino,
la donna più felice del mondo
che sorride in bilico dalla punta della montagna
e con una parte di faccia
piange.
Invece io me lo immagino
l’uomo più felice del mondo
che munge un animale
e intanto anche le lacrime scendono come latte.

Tu pensi che sia privo di melanconia
il vero splendere,
invece rifulgo
in questa cosa che non so cosa sia,
questa cosa per cui nessuno può fare nulla
e io nemmeno voglio.

Tu pensi che scrivere questo. Uff inutile uff superfluo.
Invece serve a noi sofferenti,
a noi romantici,
a noi storditi da sensucht.
Invece hai ragione tu e non serve a niente.

Qui la provvisorietà vince sempre e spesso.
Qui, oltre questo confine, si parla con gli animali.
Qui si ride per mezz’ora e poi
si fanno le capriole coi giramenti di testa fuori in giardino.
Qui si prende tutto quel che c’è o si va a risparmio,
qui si leccano le briciole.
La sera dopo cuociamo una pannocchia e
si sta fino a mezzanotte a tirarle nella bocca dell’altra persona.

E questa cosa ci sembra molto vicina all’idea di Amore.

Il bambino più felice del mondo prova pose di immobilità assoluta,
esercita la mira tirandosi la torta in faccia
poi si rigira
nel letto
e pensa a una favola
dove la principessa diventa tiranno
e la solitudine è una specie di fatina
con il cappello come lo aveva Bogey.
Si esprime a rantolii di dolore e trilli di euforia,
questa fatina che va con tutti,
con se stessa soprattutto,
si fa il sesso
prima che venga il tramonto.

Io ti auguro un momento in cui toglierai quel sorriso forzato
in nome di una gloriosa espressione enigmatica.
Che ti si affacci sul viso come un rampicante colorato.

Non che voglia tirarti nella merda.
Ma la merda concima bene.

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Imparare dagli anfibi


A un certo punto
in un anfiteatro romano
l’epifania
di organi di scorta
averne quando
il fiato manca.

E invece no,
s’ingrigisce,
arruginisce
anche peggio dei pesci
cui ho cucito la bocca-
sono i pensieri-
i pesci nell’acquario di camera mia,
sfidano i sassetti,
le conchiglie,
sfidano me
quando li imbocco.
Mangiano merda,
cancrene mie,
cancrene nostre.

Ho pensato in un parco romano
che siamo esseri di terra,
l’ho pensato guardando
una vacca grassa
correre con le cuffiette,
sudata come resina,
traballante come mousse.

Mangiamo fagioli
e ci si gonfia la pancia,
ci appostiamo per vedere
se è vero che i vecchi
vanno con le rumene.

Io non so dove ci porta
l’esser
così tanto
mammiferi;
sdraiarci al sole
e dormire per essere belli,
scopare pur di essere belli,
alzarsi al mattino come rastrelli,
vomitare per specchiarsi,
parlare tanto per ascoltarsi.
Io non so dove ci porta
questo fottersi, l’amarsi.

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