Non che io possa darti o non darti. Non che io possa tenerti o coccolare il tuo futuro.
Magari, potremmo andare al cinema. Tu entri cinque minuti più tardi, facciamo finta di non conoscerci, facciamo finta di non condividere l’amore che condividiamo e poi mi chiedi, durante l’intervalo, la sintesi dei primi minuti del film. Io ti guardo e ti dico: “Restiamo anche per il prossimo spettacolo. Lo rivediamo dall’inizio.” Ci alziamo e andiamo a pagare il prossimo biglietto. Intanto, io mi prendo una bottiglietta di acqua naturale e tu mi offri una camomilla. Ci sediamo al bar del cinema che scopro piacevolmente essere uno dei bar che ho sempre desiderato per un cinema e che un cinema da sempre desidera per se stesso. Anche il barista è azzeccatissimo. Gilet stirato la notte prima e sorriso stanco, ma sorriso. Ipotizziamo l’ignoto-a-entrambi-secondo-tempo e già cadiamo reciprocamente in amore.
Ma non ci baciamo.
Rientriamo, rivediamo il film per intero.
All’uscita, beviamo un orzo; io con scorza di limone, tu di arancio.
Non ci baciamo.
Prendo la rivista della città. Dico il nome del prossimo film che vorrei vedere in lingua originale ed esce fuori che pure tu vuoi vederlo.
Ci accordiamo per una serata qualsiasi.
Sparo un giorno della settimana. Ci pensi un attimo, fai mente locale tra gli impegni che hai e che io fingo di non sapere.
Ci congediamo.
Anzi, prima ti chiedo una sigaretta.
Me la dai con un sorriso nient’affatto politically correct.
Ti tocco il gomito, poi, andando verso la piazza, non mi volto.
Ma ogni mia parte è piena di questo elegantissimo averti alle spalle. Ogni passo è denso quanto il tuo sorriso nient’affatto politically correct.
Archivio per 15 gennaio 2010
DrAw The ReaDeR
gen 15
Ad un certo punto scatta negli occhi quel senso di aver capito che si trasferisce al cervello.
A me pare che la poesia debba penetrare molte cose, prima tra tutte, la vita, perché le persone non sanno quanto bisogno effettivo hanno di questo; quanta fame evocativa le perseguiti, non lo sanno.
Io vedo poche cose pulite come un verso.
Io vedo poche cose dense come provare a traghettare una parola da una lingua ad un’altra. Almeno provarci, e non cedere alla facile scusa dell’incomunicabilità.
Io vedo poche cose informare i contenuti come lo fanno le immagini che ci restano in mente.
Anche quelle dopo un sogno.
C’è poco oltre lo stomaco, forse.
Si può dire che ognuno di noi ha un potere di elezione attivo e passivo sulla propria persona.
Faccende di cosa nostra
gen 15
T’ho lasciato vicino alle mani
una boccetta di sudore,
uno sguardo da diva.
Ficcateli nel fianco.
T’ho lasciato vicino al cuore un pezzo di pane,
se lo sono divorato gli altri organi tuoi
ché avevan fame.
T’ho inzozzato la gola di parole
fino a riderti dentro al polmone,
riderti nel rene.
C’è un dito di polvere
sul coso, sul pene.
T’ho lasciato vicino al fornello
un pezzo di memoria,
un altro è sotto i denti gialli del gatto,
un altro ancora
tra gli acari del tappeto.
Incastrali per bene.
T’ho lasciato in un involucro di vetro
il mio piede veloce e
il muscolo stanco,
tra tutti, il più stanco.
Guarda bene dentro al frigo,
ci siamo noi
verdi di puzza,
putrefatti di scadenza.
Guarda bene in credenza,
c’è una ricetta scritta in ebraico,
e un’unghia mia,
per farti godere.
T’ho lasciato in forno
il mio “ah!” nel letto
mentre fuori piove,
io che mi dimeno come un insetto,
t’ho lasciato in forno
il nostro coito perfetto.
T’ho lasciato un libro senza copertina,
un pompelmo di mattina,
una suora in cantina,
un erotogelatina.
Our toss of the dice
gen 15
La simmetria è un aspetto estetico che ci piace molto, ma anche no. Andate a farvi fottere coi vostri consigli su come morire e come vivere da storpi. L’arte è una cosa che ci fa volare lontano e un ritmo che ci tiene sospesi come linee dell’ elettrocardiogramma di una pin up in calore. Siamo gli ormoni e i peli. Siamo quelle e quelli che non mollano. Siamo quelli e quelle che puntano estranei in una libreria e li adorano con uno sguardo sfuggente. Siamo quelli che spostano oggetti per cambiare le sorti di una giornata a cazzo. Siamo sporchi e ci sporcheremo ancora di più con il rumore di quando ci si innamora di brutto. La specularità è un aspetto interessante dello stare al mondo, ma anche no.
Andate a farvi fottere coi vostri ritmi prevedibili e le mani ovunque, tranne che nelle mutande. Siamo quelle e quelli che i piedi non stan fermi e le lingue mai buone a placarsi, parlare o baciare, quel che è, che a volte sono queste due cose sono la medesima. Le spirali ci interessano quanto le rette. Quelle parallele, in particolare, ci entusiasmano. Parallele pure le dimensioni, pure quelle ci stimolano. Ogni giorno riassume i nostri primi 100 giorni di presidenza della nostra esistenza. Per noi è così.
‘Fanculo a chi non guarda i film. ‘Fanculo a quelli che non sorridono apposta. ‘Fanculo al caffè che ho bruciato. ‘Fanculo alle aspettative. Le linee tratteggiate ci interessano quanto le spille sulle giacche delle persone. Ci fermiamo a guardarle senza timore. Certe volte diciamo pure: “Stranger, che già ti amo, lo sai? E che a pensarti mi duole il cuore?” Siamo quelli che vanno in giro nudi per casa da soli. Che un pranzo con chi si ama è parecchio. Che una cena con chi si odia può finire al letto. Che una colazione è sacra quanto un articolo di un giornalista valido. Troviamo insieme la ricompensa per quelli che dicono inutile la poesia. Qualcosa a metà tra uno sputo di saliva all’acido muriatico e l’indifferenza assoluta, oscillante verso una predisposizione all’invito. Che già ci amiamo, lo sapete? Tutti quelli che rientrano in questo, che già ci amiamo tutti, lo sappiamo. ‘Fanculo noi, surtout. Quanto siamo belli. Le dita e gli occhi sono i nostri seguaci.
Lottiamo contro tendinite e miopia. Le enciclopedie ci infiammano, e i vocabolari pure. Anche l’abaco in fondo ci emoziona. Le declinazioni, le etimologie, le foto, le grafie. Il verso libero lo adoriamo come il metro. Entrambi ci ammalano, ci inalano. Le cose semplici ci fottono il cervello quanto i quanta.
L’odore della benzina, della vernice, della crema, dell’aroma, del sesso, del mandarino, del bosco. Anche una ruga ci emoziona. Come una coppia di dadi.



